Con i primi giorni di gennaio, le nuove norme contro la cosiddetta “estero-vestizione” mietono la prima vittima, a Milano: un’auto con targa romena a cui, dopo aver effettuato tutte le verifiche del caso, viene elevata una multa da ben 712 euro (che può arrivare a 2.848 euro) e il fermo amministrativo del veicolo. Il malcapitato avrà sei mesi per mettersi in regola (o per prendere la via del Paese di provenienza, utilizzando un foglio provvisorio), altrimenti il veicolo verrà confiscato.

Giova ricordare che quanto sopra descritto è diretta conseguenza del nuovo decreto sicurezza che, fra le altre, prevede anche misure contro chi acquisisce, tramite una società, una fittizia residenza fiscale all’estero al fine di ottenere una targa straniera, pur conducendo la propria attività e circolando prevalentemente in Italia. Così si schivano, anzi, si schivavano fisco, revisione, multe, bollo e si beneficia di assicurazioni molto ridotte.

Con le nuove normative, fatte salve alcune deroghe (vettura in leasing o a noleggio senza conducente, con operatori che non hanno sedi in Italia), per chi risiede in Italia da oltre 60 giorni è vietato circolare sul territorio nazionale con veicoli a targa estera. Sarà così molto più difficile buggerare erario e amministrazioni locali. Mentre prima al proprietario potevano appena essere mandati due avvisi di reimmatricolazione immediata – cioè la nazionalizzazione del veicolo – e, solo se fermato per la terza volta nel corso di sei mesi, anche una sanzione pecuniaria di un massimo di 335 euro.

Le nuove direttive di legge hanno scatenato i mal di pancia della comunità romena residente in Italia, quella più importante del nostro paese “automobilisticamente” parlando e, pertanto, la più soggetta ai controlli. Tanto che l’ambasciatore di Bucarest a Roma è arrivato a chiedere un tavolo di lavoro presso i ministeri degli Interni e dei Trasporti per cercare di sbrogliare la situazione. Non è un caso che ci siano già molte società romene disposte ad intestarsi le vetture e a stipulare al reale possessore un contratto di comodato d’uso nonché un accordo di collaborazione lavorativa fittizio da esibire alle autorità italiane per giustificare il possesso della vettura. Fatta la legge, trovato l’inganno.