La triste vicenda di Eleonora, la bambina di Rovigo nata tetraplegica e sordocieca in conseguenza di un parto assai problematico, nel quale è emersa la responsabilità dei medici che hanno assistito la madre 10 anni fa, è sulla bocca di tutti in questi giorni. Del resto, è eclatante il fatto che questa famiglia non riesca ad ottenere giustizia pur con una condanna in sede penale dei medici coinvolti e sulla scorta del riconoscimento, con sentenza immediatamente esecutiva in sede civile, di un risarcimento complessivo pari a 5,1 milioni di euro.

Di fronte a questa palese ingiustizia, i genitori di Eleonora decidono di scrivere a Striscia la Notizia dopo aver visto il primo servizio dell’inviato Moreno Morello andato in onda lo scorso 12 novembre e riguardante la discussa “manovra di kristeller“, una pratica risalente alla metà dell’Ottocento (ma ancora in uso in molti ospedali ancora oggi, come è denunciato nel libro “Salute S.p.A.” a firma di chi scrive e di Francesco Carraro) assai pericolosa per l’incolumità sia della gestante che del nascituro, in quanto prevede che il medico esegua una forte spinta con l’avambraccio sul fondo dell’utero verso il canale del parto, per cercare di facilitare la nascita del bambino. Manovra che anche Benedetta, la madre di Eleonora, è stata costretta a subire e che ha concorso a determinare il gravissimo danno subìto dalla piccola.

I riflettori sono stati, così, puntati su questa storia sconvolgente, prima grazie al nuovo servizio di Striscia la Notizia di martedì 27 novembre e poco dopo con l’inchiesta di Veronica Ruggeri andata in onda su Le Iene la stessa sera. Il grande pubblico è rimasto indignato di fronte all’evidenza che la compagnia di assicurazione chiamata a dare seguito alla sentenza di condanna, non solo non intendesse pagare quanto stabilito dal giudice (come confermato agli intervistatori dall’avvocato della famiglia della piccola Eleonora, Mario Cicchetti) ma addirittura fosse decisa nel proporre appello, di fatto costringendo questa famiglia, già ridotta sul lastrico per garantire le cure e l’assistenza necessarie alla figlia, a dover attendere giustizia ancora per anni.

Quella di Eleonora, di mamma Benedetta e di papà Davide, è una storia che merita la cassa di risonanza mediatica che sta avendo, perché l’opinione pubblica deve sapere cosa si cela, molto spesso, dietro un meccanismo risarcitorio che, sulla carta, dovrebbe garantire il giusto ristoro ad una famiglia per un danno le cui responsabilità sono state ampiamente accertate (e ammesse pubblicamente anche dal direttore sanitario dell’ospedale) ma che, grazie ad abili e pretestuose interpretazioni e richiami a cavilli contrattuali espressi in forma generica e imprecisa, può diventare una trappola ai danni dei cittadini, in balia delle lungaggini della giustizia per l’accanimento dei legali della compagnia debitrice.

Una strategia, quella della compagnia, che appare fin troppo chiara: l’importante è tirarla per le lunghe. L’importante è non pagare o, se proprio non ci si riesce, pagare il più tardi possibile. E intanto una famiglia già provata oltre ogni limite e che ha bisogno come l’aria di quel denaro che gli spetta, rischia addirittura lo sfratto per le spese pesantissime che sta affrontando a seguito del danno subìto. Almeno un risultato, grazie all’interessamento di giornali e televisioni, è stato ottenuto: è notizia recentissima che la compagnia si sarebbe impegnata a versare un primo acconto di 3,3 milioni di euro alla famiglia entro il 5 dicembre, ferma restando l’intenzione di procedere con l’appello (magari cercando di ottenerne la restituzione in caso di sentenza a loro favore). Staremo a vedere.

E’ lecito chiedersi: ma davvero la compagnia che assicura l’ospedale di Rovigo è così diabolica? Davvero vuole sottrarsi sfacciatamente alla propria condanna? Su quali basi ritiene che la sentenza sia ingiusta e che sia necessario ricorrere in appello? Esaminando la sentenza, ci rendiamo conto che non sono in discussione le responsabilità per quanto accaduto e l’imputabilità del fatto alla malpractice dei medici protagonisti in quella notte sciagurata. La questione è più subdola. Più sottile. Più tecnica e, senz’altro per molti, imperscrutabile ad una prima analisi. La fragilissima opposizione della compagnia si basa su un cavillo riportato nelle condizioni di polizza che essa stessa ha fatto sottoscrivere all’assicurato. Proviamo a spiegarlo, il più possibile con parole semplici.

Come funziona la polizza dell’ospedale – La polizza assicurativa che copre la responsabilità civile per l’ULSS 5 di Rovigo prevede una garanzia nella forma “Claims Made”. Cosa significa? Semplicemente che rientrano nella copertura della polizza tutti quei danni che vengono denunciati durante il periodo di validità del contratto assicurativo, anche se accaduti precedentemente, ovviamente entro il termine di prescrizione, che in questi casi è di 10 anni. Attenzione alle date: la piccola Eleonora è nata il 3 dicembre 2008, e risulta dalla sentenza che l’ospedale abbia sottoscritto una polizza di durata quinquennale nel dicembre 2009. La richiesta di risarcimento da parte della famiglia viene formalizzata all’ospedale nel febbraio del 2010.

Per quanto abbiamo detto sopra, sembrerebbe pacifico che la compagnia debba pagare, no? Per i legali dell’assicurazione non è così: ecco il cavillo. Ecco lo spiraglio che serve alla compagnia per non pagare, o quantomeno per provarci: il contratto di assicurazione, in una delle sue tante clausole, dice che si considera come richiesta di risarcimento “ogni inchiesta giudiziaria promossa contro l’assicurato” (cioè l’ospedale).

Questo è il punto fondamentale. Quando possiamo dire che sia stata fatta la richiesta di risarcimento, anche in considerazione di tale generica e imprecisa clausola? Perché da quella data in cui si ritiene che la richiesta (claim) sia stata fatta (made) dipende se la compagnia debba o non debba risarcire. Ebbene, il procedimento d’indagine in sede penale per quanto accaduto la notte tra il 2 e il 3 dicembre 2008 è scattato immediatamente dopo l’accadimento del fatto, e diversamente non poteva essere. Ma si trattava formalmente un procedimento “contro ignoti” e non contro l’ospedale, perché l’iscrizione nel registro degli indagati dei medici del nosocomio rodigino è avvenuta soltanto a settembre 2010.

Ma la compagnia non ci sta. Secondo loro l’avvio dell’inchiesta in sede penale, anche se inizialmente non specificamente contro l’ospedale o i medici, è già da considerare una richiesta danni verso la struttura loro cliente, perché così interpreta il contratto che essa stessa ha redatto, in maniera evidentemente imprecisa e incompleta. Eppure, tanto basta per non pagare, e ricorrere in appello. Vista da tale prospettiva, questa storia appare ancora più drammatica. Non soltanto per Eleonora e la sua famiglia, ma anche per tutti i cittadini. Se davvero le nostre opportunità di ottenere un giusto risarcimento poggiano su regole e procedure così fragili, è lecito domandarsi se e quanto siano realmente tutelati i nostri diritti. Forse è ora che qualcuno (leggi IVASS, leggi Legislatore) ponga in essere regole più stringenti sulla formulazione delle condizioni di polizze assicurative così delicate. Perché da un cavillo, mal scritto e peggio interpretato, non possono dipendere le sorti di un’intera famiglia.

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