Un paio di hurrà e parecchi sbadigli. Newt Scamander è tornato. Ma non è che ci sia da strapparsi i capelli. Animali fantastici – I crimini di Grindelwald, diretto da David Yates (dal 15 novembre 2018 al cinema) non conferma gli entusiasmi del primo folgorante capitolo. J.K.Rowling è ancora lì, carta, penna e calamaio magico, a svolazzare su uno script che sembra avere continuamente bisogno di parentesi curve, quadre, graffe.

Newt (Eddie Redmayne) fa un passetto abbondante, anche due, di lato, e la scena si riempie di nuovi non proprio irresistibili personaggi. Dopo aver lasciato Gellert Grindelwald (Johnny Depp) nelle galere newyorchesi, qui nel prologo del film lo vediamo protagonista di una rocambolesca e mefitica evasione notturna in cielo su una carrozza con draghi alati, per poi finire nella belle epoque di Parigi.

A Londra, Albus (Jude Law con nuovo trapiantino di capelli), una volta amico del malvagio Gellert, cerca di convincere il suo miglior studente Newt a contrastare i piani del perfido Grindelwald che vorrebbe seminare ulteriore zizzania tra mondo magico e mondo non magico ancora in pace. L’eterogenea truppa del nostro (il fornaio Jacob, auror Tina, Queenie) dovranno però prima sottostare, incrociare, sbattere nel diaframma di presentazione infinito di almeno un quartetto di nuovi personaggi che saranno chiaramente utili prossimamente (sono in  programma, uno per ogni biennio a venire, l’episodio 3, 4, 5): l’orfano Credence (Dan Fogler), Yusuf Kama (Ezra Miller), Leta (Zoe Kravitz) e Theseus (Callum Turner) il fratello di Newt. Facce, storie, traiettorie che rallentano il film verso una deriva più intimista e meno sorprendente rispetto al primo capitolo.

Certo, quando in scena tornano gli animali fantastici, Pickett, gli snasi, l’enorme Zouwu, o l’imbizzarrito Kelpie, c’è da strabuzzare gli occhi. La creatività del franchise ha qui il suo vero e significante apice. Al bando bacchette e bacchettine potteriane, via le smaterializzazioni e rimaterializzazioni che tanto fanno sorridere (e rendono ultraspassoso il personaggio di Jacob). Per fare sul serio, e il primo capitolo ne pareva un esempio, reparto VFX, scrittura, regia e veri burattinai in carne ed ossa (per Zouwu ne sono serviti tre, mentre altri tre maneggiavano una coda di tre metri) devono dare vita, movimento e direzione ad un universo animalesco e fantastico tale da invadere lo schermo. Newt acquisisce spessore oltre il suo papillon e il suo ciuffetto boccoloso nella sua relazione divertita con le fantastic beasts.

Ma oltre l’incanto da fanciullo spielberghiano c’è la palude dell’adulta “spiegoneria”. E qui sono dolori. Animali Fantastici capitolo secondo soffre proprio di questa prolissità, di questa dilatazione di sottotrame, che quando si arriva attorno all’ora e 40 di minutaggio, poco meno di mezz’ora dalla fine, c’è il rischio di andare in cabina di proiezione a chiedere se per caso si è perso il rullo con Depp (sì, lo sappiamo che non ci sono più i rulli, ma si diceva per fare la battuta). Appunto: Depp/Grindelwald. L’apparizione segaligna e in latex di Johnny è qualcosa di sinistramente dandy. Ciuffo bianco e baffetti praticamente albini, Depp è più un David Bowie da sfilata di moda caduto sulla terra che un autentico crudele villain. Solo che il dubbio rimane, perché l’attenzione per una stilosa production design, per quell’ostentazione sartoriale perfettina anni venti, fanno pensare ad un compitino elegante ma superficiale, quando invece forza, energia e vitalità darebbero lustro ad un inevitabile sforzo visivo.

Un paio di fondali, di inquadrature immaginifiche lasciano ad esempio senza fiato: la stanza illuminata con i ceri sospesi vicini al soffitto; la parata di veli neri nei cieli parigini richiamo di morte degli accoliti di Grindewald. E poi lasciatecelo dire: ma c’era davvero bisogno di compiere una u-turn narrativa ad Hogwarts? Così a “snaso”: più Animali fantastici rimane a distanza di sicurezza da Harry Potter più ci piace. E qui di maghetti si eccede senza pietà. Iconograficamente, infine, Newt/Redmayne colpisce nel segno per quella posa di tre quarti a figura intera. Valigetta nella mano sinistra, bacchetta nella destra, testa, collo e corpo un po’ piegati fuori dall’impermeabile, fanno del nostro un rimando storico cinematografico che può concorrere con l’immagine di un Indiana Jones armato di frusta, o al James Bond a braccia conserte e pistola sul petto con canna all’insù.

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