Sono paesaggi irriconoscibili quelli delle Dolomiti oggi, paesaggi che porteranno il segno di quel terribile pomeriggio di lunedì 29 ottobre quando la furia della natura ha iniziato a scagliarsi con terribile violenza, soprattutto sulla provincia di Belluno. Quella data rimarrà incisa per sempre nel cuore e nella mente di noi abitanti di questa meravigliosa terra.

Si stima che ci vorranno più di 100 anni per rivedere le Dolomiti così come le vedevamo fino a pochi giorni fa. Acqua e vento hanno martoriato quei territori patrimonio mondiale dell’Unesco.

Ore 18 di lunedì 29 ottobre, ultima telefonata a casa per accertarmi che tutti stiano bene. Pare di sì, ma dall’altro capo del telefono sembra che non ci sia una reale percezione di ciò che sta per accadere. Faccio solamente in tempo di dire a mia madre di andarsene a dormire da una mia amica, che non può rimanere lì a due passi dalla furia del torrente del mio paese, la Liera, che sta quasi per straripare.

Cade la linea. Poi il silenzio. Non è più possibile mettersi in contatto con amici e parenti che abitano nell’agordino e in molte zone del bellunese. La copertura telefonica è completamente assente, sia i cellulari, sia i telefoni fissi non funzionano. E questo per giorni e giorni. Poi arriva il black out, che anch’esso dura per giorni in tutta la provincia. Le strade sono chiuse e gli abitanti sono completamente isolati senza luce, riscaldamento, copertura telefonica, acqua potabile. Ancora ad oggi, a distanza di quattro giorni, in molte case manca la corrente.

La rete rimbalza notizie, Simone mi racconta che da lunedì non sente suo zio e oggi “per la prima volta, lo rivedo su una foto della croce rossa che gli portano del cibo perché lui, abitando a Gosaldo, è isolato senza corrente e telefono”. La mamma di Tara le ha detto che nonostante il fatto che siano isolati e senza corrente ad Alleghe non osano chiedere aiuto perché temono che in altre zone si stia peggio e non vogliono togliere i soccorsi ai paesi limitrofi. Addirittura si cerca di non consumare troppe bottiglie di acqua minerale perché, dice, “forse in alcuni paesi ne hanno più bisogno di noi”. Sui social si racconta che “alcuni si sono spostati da parenti perché non avevano nemmeno l’acqua… per fortuna stanno bene, ma dicono che è tutta un’apocalisse”.

Insomma le notizie non arrivano se non tramite i social, grazie a chi ha la fortuna di avere la corrente; i media nazionali invece solo oggi, a distanza di tre/quattro giorni, iniziano a raccontare la tragedia che è avvenuta nel bellunese.

Ma cosa è successo? Come riporta il Gazzettino di Belluno, bastano i numeri per capire la gravità di quanto successo. I dati delle precipitazioni sono superiori a quelli registrati nella grande alluvione del 1966. Il vento ha sfiorato anche i 200km/h. Un vento distruttivo paragonabile come violenza ad un uragano forza 4. Sono crollati o sono inagibili ponti e strade, sono scoperchiati moltissimi tetti di case, scuole, piccole aziende. Si stima che i danni ammontino ad un miliardo di euro. Intanto continua a piovere e il terreno già impregnato d’acqua non resiste più.

Sono ventisette le strade interrotte nella nostra provincia. Una frana di terra e fango ha bloccato la strada regionale 203 che collega Cencenighe con Agordo. I paesi di Rocca Pietore, Colle Santa Lucia e Selva di Cadore sono ancora isolati. Probabilmente la ferita più profonda nell’anima del popolo bellunese sono i boschi rasi al suolo: intere foreste di abeti secolari, componenti fondamentali del paesaggio, della vita e dell’economia del territorio sono stati distrutti per sempre. I boschi, patrimonio comune, non sono solo legati alla sfera dei nostri ricordi affettivi ma rappresentano la prima difesa idrogeologica, la prima barriera contro le valanghe e gli smottamenti.

Si tratta di un vero e proprio un disastro ambientale. Altro che due alberi caduti su un viale, su cui i media amano soffermarsi. Si stima che nella provincia di Belluno sono andati persi migliaia di ettari di bosco, praticamente il 40% dell’intera superficie boscata.

Come sempre nei momenti di emergenza il popolo italiano sa stringersi e manifestare la propria grandezza e solidarietà. Anche per questo dramma non smetteremo mai di ringraziare i volontari, la protezione civile, i vigili del fuoco, il soccorso alpino e tutti coloro che ancora si stanno spendendo per aiutare la popolazione nell’immane sforzo del ritorno alla normalità. Sono angeli tutti coloro che volontariamente hanno lavorato giorno e notte per spalare fango, coprire le case scoperchiate e tagliare gli alberi caduti. Se non fosse stato per loro, il torrente a fianco casa mia, ad esempio, sarebbe esondato portandosi via tutto.

E’ vero, la nostra montagna è in ginocchio, ma sono sicura che ci rialzeremo anche questa volta.

Concludo riportando una toccante lettera che un gruppo di giovani bellunesi mi ha inviato per i lettori de Il Fatto Quotidiano. Una lettera di denuncia che trasuda coraggio, determinazione e speranza:

“C’è un innegabile cambiamento climatico in corso, ma noi percepiamo che manca innanzitutto il governo del territorio e delle sue risorse. Mancano i fondi per farlo, ma soprattutto manca la consapevolezza dell’importanza fondamentale della montagna nel garantire acqua, aria, legno, pietra. La montagna non è solo un piacevole luogo di vacanza, è una terra grande nel bene e nel male. Noi giovani abbiamo voglia di costruire un futuro vivo, pieno di prospettive. Abbiamo voglia di poter progettare e programmare; ogni giorno però siamo combattuti tra necessità di andare altrove in cerca di opportunità e amore sconfinato per la nostra terra.

Chiediamo come popolo che ci venga riconosciuta la dignità, perché ci ostiniamo ad abitare ed amare questo difficilissimo territorio. Chiediamo le condizioni per rimanere qui a vivere, non a sopravvivere. Vogliamo mantenere e custodire questo territorio per fare sì che eventi di questo genere possano non accadere più. Vorremmo vincere la lotta ad uno spopolamento che sembra inarrestabile non come martiri di una causa inattuale, ma come cittadini consapevoli dell’immenso patrimonio che abbiamo ricevuto e dai cui vorremmo trarre una vita dignitosa”.

Come non dar loro ragione.