La polizia del Messico è schierata – di nuovo – in armi contro la carovana honduregna. Un centinaio di agenti della polizia federale, equipaggiati con caschi e scudi, ha bloccato all’alba di sabato la statale 200 all’altezza della città di San Pedro Tapanatepec, in Oaxaca. Dopo un confronto tra il commissario generale Benjamín Grajeda Regalado e rappresentanti dei migranti, alla marcia è stato riaperto il passo: i caminantes potranno proseguire verso Tehuantepec, la prossima grande città sul loro percorso, che dista 134 chilometri.

Il fiume di persone, composto in gran parte da profughi honduregni in fuga da povertà e violenza, è entrato in territorio messicano ormai da una settimana e sta proseguendo lungo la costa pacifica, costeggiando la foresta pluviale e i campi di grano. Dai 7mila stimati dell’Onu al momento dell’ingresso in Messico, le ultime testimonianze parlano di un numero di persone molto ridotto, ma comunque superiore a 4mila. In 1.700, numero accertato, hanno presentato richiesta d’asilo nel Paese, mentre qualche centinaio è tornato a casa sfruttando pullman forniti dal governo honduregno.

Per evitare le alte temperature, i carovanieri sono partiti alle 3 della notte tra venerdì e sabato dalla città di Arriaga. Il governo di Enrique Peña Nieto – che resterà in carica fino al 1° dicembre, prima di cedere il posto al presidente eletto Andrés Lopez Obrador – ha lanciato il piano Estás en tu casa (“Sei a casa tua”): ai camminatori è stato offerto un permesso di lavoro temporaneo, cure mediche, istruzione e documenti messicani, a patto che presentino richiesta d’asilo negli Stati del Chiapas o dell’Oaxaca, le due regioni meridionali che hanno attraversato fino adesso. Il presidente si è rivolto ai migranti in un messaggio video trasmesso dalla tv nazionale: “Restando in Messico – ha detto – potrete ricevere cure mediche e mandare i vostri figli a scuola, con una carta d’identità temporanea fino a che la vostra situazione non sarà regolarizzata. Inoltre, potrete entrare e uscire quando lo desiderate dai centri di accoglienza in Chiapas e Oaxaca ed entrare in un programma governativo per l’impiego. L’offerta – ha precisato – è solo per coloro che accettano le leggi messicane, ed è un primo passo verso una soluzione permanente per coloro che hanno diritto allo status di rifugiato in Messico”.

I migranti, riuniti in assemblea ad Arriaga, hanno deciso a maggioranza di rifiutare l’offerta. Secondo Irineo Mujica, leader della ong messicana Pueblo sin Fronteras, la loro strategia consiste nel guadagnare tempo: aspettano di raggiungere Città del Messico, dove contano di arrivare il prossimo venerdì, per aprire una trattativa faccia a faccia con Peña Nieto e soprattutto con Lopez Obrador, la cui voce in capitolo acquista sempre più rilevanza col passare dei giorni. Una volta giunti nel cuore del Messico, sperano di ottenere la possibilità di vivere e lavorare in tutto il Paese, e non solo nei due stati del Sud. Nel frattempo, fonti del dipartimento della Difesa statunitense comunicano alla Reuters che fino a mille militari potrebbero essere inviati al confine con il Messico.

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