“Sono rimasta incinta perché i pandilleros mi hanno violentata. Erano tanti e armati. Mi hanno portata su un monte, stuprata e lasciata in fin di vita. Non li ho mai denunciati, perché mi hanno detto che se l’avessi fatto avrebbero ammazbzato me e la mia famiglia”. Dayana ha 24 anni ed è una degli honduregni che risalgono il Centroamerica in fuga dalla violenza nel proprio Paese. Porta con sé il ricordo di uno stupro subito dalle bande criminali che governano la sua città: dalla violenza è nato un figlio, Aaron, che ha 3 anni. “Non l’ho portato con me, mia madre è rimasta a prendersi cura di lui”, racconta alla Bbc. “Soffre di epilessia dalla nascita, quando ha gli attacchi cade e si ferisce. Dovrà prendere delle medicine per tutta la vita, un trattamento che costa 200 dollari al mese. Io non ho questi soldi. Spero di arrivare negli Usa per salvare mio figlio“. Quando Dayana ha deciso di unirsi alla marcia, è uscita di casa con 200 lempiras (8 dollari) e li ha già spesi tutti, racconta. “In Honduras non ho lavoro, ho fatto soltanto le elementari. Vivo con mio padre muratore, i miei 9 fratelli e mia madre, che vende tortillas. A volte la aiuto con il negozio“.

Per Dayana, come per le altre migliaia di honduregni in cammino, l’America è l’ultima speranza di dare una dignità alla propria esistenza. Sono arrivati a Tecùn Umàn, al confine tra Guatemala e Messico, marciando per 5 giorni, con turni di otto ore di cammino inframezzati da quattro ore di riposo. Dayana è in cammino con il padre e uno zio acquisito. “Mio padre è rimasto indietro, io sono riuscita ad avere un passaggio a città del Guatemala. Da ieri non so più nulla di lui, stava soffrendo molto per la fatica della camminata. Spero di reincontrarlo, altrimenti sarei persa”. Jonathan, 22 anni, è arrivato invece sulla riva del rio Suchiate, che marca la frontiera, a notte inoltrata. Con la moglie Heidy e le figlie di 2 e 4 anni erano in viaggio dalle 4 del mattino. Hanno fatto una parte del tragitto in autobus, spendendo quasi tutto il denaro che avevano per i biglietti. “È stato un grande sacrificio, ma farei di tutto per una vita migliore”, ha detto alla tv americana Pbs News. “Siamo bagnati fradici e non sappiamo ancora dove dormiremo”.

A Ciudad Hidalgo, la città messicana dall’altra parte del rio Suchiate, sono schierati centinaia di militari. Alcuni migranti cercheranno di guadare il fiume su imbarcazioni di fortuna o a piedi, nei tratti dove l’acqua è più bassa. Altri hanno scelto l’ingresso regolare, attraverso il ponte che unisce le due rive. Dovranno mostrare il passaporto o in alternativa fare domanda per ottenere lo status di rifugiati, una procedura che può durare fino a 90 giorni. “Speriamo che la polizia federale e l’ufficio immigrazione non abbandonino l’umanità“, dice Edgar Corzo, della Commissione nazionale messicana per i diritti umani. “Abbiamo paura che la situazione sfugga alla razionalità“. Delegati della commissione sono presenti al confine per monitorare il comportamento della polizia. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha postato su Twitter il video dell’atterraggio di due aerei militari messicani al confine con il Guatemala, commentando: “Grazie Messico, non vediamo l’ora di lavorare con voi!”

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