Standing ovation da copione, file di dieci ore, ragazzi con numeri “d’ingresso” scritti sulle braccia da parte dell’organizzazione. Cose folli, cose che accadono quando l’ospite si chiama Martin Scorsese, “un genio del cinema” tiene a chiamarlo Antonio Monda prima di accoglierlo sul palco. È indubbiamente l’incontro ravvicinato più atteso della 13ma edizione, e – con il premio alla carriera consegnatogli da un commosso Paolo Taviani (“Martin, che è un amico, è un uomo che ci aiuta a capire chi siamo e io per questo lo ringrazio”) – è il completamento di un percorso articolato che il cineasta newyorkese ha deciso di compiere alla Festa del Cinema di Roma avendo presentato alcuni film del programma e tenuto diversi incontri, fra cui una lezione di cinema con Alice Rohrwacher.

L’incontro punta naturalmente su contenuti squisitamente cinematografici, perché il più cinefilo di tutti i grandi registi viventi attraverso la Settima Arteha imparato ad osservare, comprendere e vivere la vita vera. E quale omaggio più autentico poteva donare al Belpaese – di cui è notoriamente originario –  se non una selezione di alcune (nove, per l’esattezza) sequenze tratte da altrettante opere del nostro cinema?  I titoli prescelti non superano gli anni ’70 perché “a quel tempo io iniziai a farlo il cinema, mentre questi sono i film italiani che mi hanno condizionato prima di diventare regista io stesso”.

La carrellata – che Scorsese sottolinea non essere una classifica – si concentra su immensi nomi della nostra cinematografia “nomi e film che hanno cambiato la mia vita, letteralmente”, e ciascuno in un modo diverso.  Dunque ecco arrivare momenti sublimi e volti indimenticabili, gesti e parole impressi nella memoria del grande Martin come del pubblico che applaude senza sosta. Si parte dall’Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini (“un vero shock per me, non sapevo chi fosse Pasolini ma capivo i suoi personaggi perché venivo da quei mondi, dagli ultimi di New York che non erano diversi dagli ultimi di Roma. Pasolini mi ha insegnato la santità dell’animo umano”) per continuare con La presa del potere di Luigi XIV (1966) di Roberto Rossellini (“attraverso il dettaglio Rossellini sapeva raccontare la Storia”), e ancora Umberto D (1952) di Vittorio De Sica (“il momento ultimo e sublime del Neorealismo con la purezza, la dignità e l’ironia di De Sica”), Il posto (1961) di Ermanno Olmi (“il documentarista che ha reso pura la finzione”), L’eclissi (1962) di Michelangelo Antonioni (“colui che mi ha insegnato un’esperienza di cinema nuova, diversa, alienante. Il suo lavoro sullo spazio, sulla composizione, sulle luci & ombre, sui personaggi: tutto in Antonioni apparteneva a una mente “altra”, a una fantascienza narrativa”), Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi (“l’arguzia che cerco nel cinema lui me l’ha donata”), Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi (“il criminale che diventa figlio, ovvero l’umanità totale”), Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti (“Visconti con questo film e con Rocco e i suoi fratellimi ha insegnato come combinare l’impegno politico con il melodramma infinito.  Il Gattopardo è la sovrapposizione perfetta di questo binomio e poi Donnafugata è città di mia nonna”) per finire con Le notti di Cabiria (1957) di Federico Fellini (“il sublime della rinascita dopo l’invocazione della morte”). E a proposito dell’immenso cineasta de La strada (“il primo film che ho visto di Fellini”), Scorsese aggiunge che dovevano girare un film insieme “un documentario per Universal a inizi anni ’90. .. ma poi Federico ci ha lasciati”.

E non ci lascerà facilmente questa lectio magistralis di un Maestro che – come giustamente ha rimarcato Paolo Taviani consegnandogli il premio – “ci sta insegnando a (ri)vedere e ad amare il nostro stesso cinema” .Martin Scorsese ha salutato il pubblico incoraggiando i produttori a sostenere i nuovi registi “perché cari italiani ne avete tanti di autori in gamba, fateli lavorare e loro continueranno ad impreziosire la meravigliosa storia del vostro cinema!”