di Federica Morrone

“Non voglio che mio figlio resti indietro a causa loro”.  Quando il dibattito sull’immigrazione affronta il tema della scuola, sembrano trovarsi d’accordo anche le persone più distanti, il giornalista di sinistra che per carità non è razzista però, e coloro che vedono in Salvini il Messia che ci salverà dalla terribile inondazione delle acque nere. “Il problema è che un bambino straniero in classe ritarda l’apprendimento”.  Il dibattito unidirezionale che non lascia possibilità al dissenso dimentica che la società multietnica è una realtà inconfutabile da cui è impossibile escludere i figli.

La campagna mediatica della paura – strumentale a molteplici forme politiche, loro sì pericolose – trasporta in un oscurantismo che ci riconduce a un medioevo senza via di uscita. Agli stranieri viene assegnato oggi lo stesso ruolo del Malaussène di Pennac: il capro espiatorio. È comodo avere qualcuno a cui addossare tutte le colpe per quello che non funziona nella nostra società. Perché non cogliere l’incontro di culture come vantaggio?

Davvero vogliamo lasciare vincere il pensiero che per crescere e imparare siano indispensabili classi monocrome, magari tutte di bambini biondi con gli occhi azzurri? Vedo genitori che allevano tiranni in miniatura, diventare succubi di quell’educazione che continuano a impartire in modo ottuso, obbedienti a un mercato che genera sempre nuovi inappagabili mostruosi desideri.

Non mi ha mai preoccupato il fatto che il percorso scolastico dei miei figli potesse essere rallentato da un bambino straniero che non conosce la nostra lingua. Innanzitutto perché non sono assillata dalla fretta di vedere i figli correre verso l’inseguimento pedissequo di programmi scolastici spesso obsoleti e inadatti a suscitare interesse, a scatenare passione, a fare l’amore con la poesia e con la scienza. Senza facili buonismi o retorica, affermo che colgo davvero la convivenza dei bambini con coetanei di molteplici nazionalità, come un’occasione importante.

I bambini non hanno bisogno di seguire un percorso pedagogico per comprendere una cultura diversa rispetto a quella presente all’interno della propria famiglia, poiché già la respirano spontaneamente ogni giorno andando all’asilo e a scuola. Hanno la fortuna di crescere immersi nell’integrazione senza che nessuno gliela spieghi magari in modo sbagliato, da un’angolazione faziosa, con un argomentare non empatico. Possono fidarsi di ciò che sentono, giocare con Santiago e con Deepali, come con Mario e con Antonella, con assoluta, spontanea normalità, senza innalzare muri di diffidenza.

Finché continueremo a ragionare focalizzando sul nostro giardino, un giardino ormai spoglio e disadorno, senza aprirci e allargare gli orizzonti, piantare nuovi semi, scoprire che l’altro non è un nemico ma è anch’esso nostro figlio, resteremo gretti e ignoranti, appesi a un crocifisso che non innalza, ma ci inchioda. Vale la pena guardare quello che sembra un restare indietro, da un altro punto di vista, cambiare prospettiva, considerare i nuovi compagni di classe un’occasione per prendere la rincorsa e andare molto più avanti. Magari il professore non riuscirà a finire di spiegare l’analisi logica – che tanto poi anche se nella vita scrivi te la dimentichi lo stesso – ma i ragazzi usciranno dal tradizionale per abbracciare la vita nella sua straordinaria forma complessa, che contempla il dolore ma anche la meraviglia.

E allora la diversità diventa risorsa essenziale proprio all’interno della scuola, senza distinguo e senza però; porge ai nostri figli il contatto effettivo con la mano di chi ha attraversato il mare per essere qui. E le esperienze, persino quelle più devastanti, non filtrate dai media o dalla famiglia, ma vissute negli occhi del compagno di banco, aprono spazi alla comprensione e all’immaginazione, impedendo l’annichilimento nell’apatia dell’adolescenza e l’impaludarsi in un Paese reazionario che da tempo ha perso umanità e fantasia.