“Pronti, partenza, via”. Il 5 novembre 2018, al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi il saggio di musicoterapia La musica fa crescere i pomodori si trasformerà in un concerto. Prima assoluta nazionale con il celebre maestro Beppe Vessicchio protagonista assieme al suo ensemble I Solisti del sesto armonico. Dalle arie di Vivaldi alle hit fusion dei Weather Report passando per i soundtrack di Ennio Morricone, il canto nazionalpopolare di Domenico Modugno e le canzoni di Sanremo su cui Vessicchio ha messo cappello, guanti, sciarpa e arrangiamento in 24 anni di frequentazioni festivaliere di rango (Zucchero, Gino Paoli, Elio e le storie tese, giusto per citarne alcuni). Il tutto però rigorosamente elaborato con il criterio “armonico-naturale”. “A Brindisi approfitteremo di tutto il lavoro sperimentale fatto con la musica sugli organismi viventi, vegetali e in parte animali, per raccontare quello che la musica, oltre all’aspetto conosciuto del suo potere culturale come linguaggio, riesce a fare su altri recettori del nostro corpo”, spiega Vessicchio al FQMagazine.

Nel suo libro (La musica fa crescere i pomodori, Mondadori) parla di musica intesa anche a livello cellulare. Ci spiega in cosa consiste l’esperimento?
“Sono stati fatti piccoli test individuali dove abbiamo visto che la musica assunta a livello corporeo, quindi non attraverso l’udito, il nervo acustico, e la sua traduzione neurologica ma percepita dal corpo in altro modo, segnala ad esempio variazioni dell’emocromo o l’aumento dei globuli bianchi in modo significativo in nemmeno mezz’ora. È un tema oggetto di studi in tante università americane, come un mio personale studio proprio in un  ospedale del Sud Italia”.

In modo pragmatico basta appoggiare una cuffia sulla spalla di una persona e si producono effetti inattesi…
“Non parliamo del classico effetto rilassamento. Si tratta invece del sistema endocrino che nell’“ascoltare” musica trova un nuovo equilibrio rispetto che so alla mezz’ora precedente in cui eri a chiacchierare con un amico. Io lo chiamo ‘effetto delle vibrazioni coerenti’. Un certo tipo di musica è in grado di colloquiare con il sistema biologico”.

Con le piante invece che accade?
“Il professor Mancuso dell’Università di Firenze ha sottoposto un filare di alberi alla musica di Mozart. Questi alberi, rispetto ai diversi filari vicini pochi metri a cui non era stata messa alcuna cuffia, presentavano maturazioni e fiori anticipati. Siamo abituati a pensare che il suono si percepisca solo con le orecchie, ma sappiamo che le piante le orecchie ovviamente non le hanno”.

Scientificamente come si può spiegare questo risultato?
“Le onde sonore muovono l’aria, ma non sappiamo ancora come. Possiamo capire cosa accade quando mettiamo un braccio in  una bacinella d’acqua e muoviamo la mano. Possiamo vedere l’acqua che si muove e che, a seconda del movimento della mano, possiamo ottenere una reazione dell’acqua. Lo stesso avviene nell’aria per la musica. Dobbiamo pensare che il modo in cui le particelle d’aria si organizzano in relazione al tipo di sollecitazione di perturbazione che hanno è portatrice di un segnale che può essere accolto dal corpo come benefico”.

Come si tramuta questa “ricerca” nel live al Teatro Verdi?
“Provo a spiegarlo nel modo più semplice possibile. Ogni movimento di una nota nel suo cammino verso un’altra è come se fosse un generatore elettromagnetico. Immaginiamo che un intervallo abbia il suo potere elettromagnetico, così nel momento in cui ne mettiamo diversi insieme dobbiamo trovare una formula per regolare la polifonia. Esistono formule che in parte derivano dalla musica del ‘700, altre in parte sviluppate con studi di fisica per garantire una sorta di mare calmo, di aria calma. È un prodotto altamente bilanciato. Non ci sono conflitti degli armonici. Rimane, infine, un discorso legato al campo che si genera. Ogni suono che immettiamo nel silenzio non vive singolarmente ma vive di una serie di armonici che satellitano attorno a lui. Quando ne emettiamo due, noi cominciamo a generare un campo complesso che è formato dall’insieme degli armonici. Questo ci dà in qualche modo la prospettiva degli spazi che possiamo percorrere. Insomma stiamo generando una perturbazione nell’aria”.

Il maestro Vessicchio su quale strumento si è formato?
“A casa quando ero piccolo avevamo la chitarra. Non c’era il pianoforte, ma avevamo una fisarmonica. Ed è stata utilissima perché ho imparato a ragionare con la mano destra in un modo, e con la sinistra completamento in un altro. La fisarmonica mi ha svelato il circolo delle quinte. È un’altra visione dei meccanismi dell’armonia”.

Niente diploma di pianoforte…
“Infatti mio padre non voleva studiassi la chitarra classica. Io però frequentavo nel pomeriggio il conservatorio quando ancora non c’era la figura dell’uditore come ora. Come spesso sono i napoletani ero un uditore abusivo (ride, ndr). Feci di necessità virtù grazie al custode del conservatorio partecipando alle lezioni che mi interessavano”.

Sappiamo che ha iniziato la sua carriera musicale suonando ai matrimoni…
“Il primo ingaggio fu grazie al mio professore, supplente di latino. I miei compagni gli dissero che suonavo bene e lui insistette. Mi ritrovai con un mio prof ad una cerimonia nuziale. Io alla chitarra, lui al piano. Iniziammo con la classica marcia, poi dopo con brani d’intrattenimento per gli invitati”.

Poi ci fu il clamoroso cabaret con i Trettré…
“L’avventura comica inizia con il gruppo che si chiamava ancora I nottambuli. Io ero il musicista. Mi arrangiavo a suonare chitarra e piano, ma come spesso accade la riduzione di un elemento del gruppo può essere vantaggiosa perché si divide l’incasso in meno persone (ride, ndr). Mi chiesero se oltre a suonare potevo dire qualche battuta, quindi, insomma, un ruolo sempre più consistente. Questo da una parte mi faceva piacere, dall’altro significava anche allontanarsi troppo dagli obiettivi del mio cuore. Così quando gli impegni iniziarono a essere più ingombranti perché lavoravo come arrangiatore, chiesi tre mesi di aspettativa come con un vero datore di lavoro. Fortuna per loro che trovarono Gino Cogliandro e subito dopo ebbero l’opportunità del Drive In e il grande successo, la cosa mi rincuorò”.

Sanremo 1986. Zucchero. Canzone triste. Quali i ricordi di quei giorni?
“L’orchestra dal vivo non c’era. Io ero semplicemente l’accompagnatore di Zucchero. Avevo già lavorato per grandi artisti nel 1984 con Gino Paoli e nell’85 con per la sua tournée assieme ad Ornella Vanoni. Quando andai a Sanremo con Zucchero verificai giusto il livello della base sulla voce, se c’era il riverbero o no. Avevo il ruolo di “rassicuratore”. Il primo Sanremo come direttore d’orchestra è nel 1990”.

È diventato popolarissimo tra gli spettatori sanremesi, ovvero con mezza Italia…
“A forza di sentire “dirige l’orchestra Beppe Vessicchio” alla fine ti entra in testa. Oggi con tutti i cambiamenti che Sanremo ha vissuto resto una costante invocata, do la sensazione di tranquillità, sono una specie di orsacchiotto per lo spettatore del festival”.

Qual è il ricordo più bello del festival di Sanremo?
“Risale alla prima volta che il conduttore ha annunciato il mio nome. Sapevo che sarei finito inquadrato ed entrato in milioni di case. Sentivo la vena sul collo che batteva forte e non capivo perché. Pensai: ‘Se continua così, finisce male’. Miracolosamente dopo l’inchino al pubblico ho guardato l’orchestra e l’agitazione è finita d’incanto. Interpretai questo segnale pensando che non ero pronto per la parte dei convenevoli perché la mia parte era la musica. Quando la ritrovo ritorno sereno”.

I profani sostengono spesso che il direttore d’orchestra non serve a nulla…
“Vi dirò una cosa scabrosa. Ci sono situazioni nelle quali il direttore può rimanere a casa. Laddove la musica è guidata da sincronismi elettronici in cuffia, a Sanremo ad esempio abbiamo un tictac che il batterista deve seguire e l’uso di una parte preregistrata negli studi. Insomma, in alcuni casi uno potrebbe tranquillamente non fare nulla. L’orchestra va da sola. Poi è chiaro: se vogliamo parlare dell’aspetto più pratico della figura del direttore, colui che indica il tempo all’inizio, e dà un’indicazione metrica precisa, gli accenti, il “piano”, il “forte”, questa è la figura di colui che sta plasmando il suono di 50-60 persone per ottenere un unico strumento. Qui il direttore è fondamentale, ma attorno si è creata da tempo una diatriba perenne tra l’esempio del direttore che impone con gli speroni la propria direzione e chi magari si unisce solo per alcun passi come un atto di cortesia. Ricordo una bellissima esecuzione di Leonard Bernstein a Santa Cecilia. Mi pare fosse un requiem. Si fermò con le mani, l’orchestra andava avanti, lui ascoltava estasiato e diventò spettatore per un buon numero di battute. Poi rientrò nel momento in cui c’era l’orchestra aveva bisogno veramente di un riferimento davanti agli occhi. Era fondamentale un gesto che conducesse gli orchestrali in un altro punto del brano. Fu un esempio di grande rispetto reciproco”.

Ha mai avuto un cantante indisciplinato tra i grandi che ha diretto?
“Gino Paoli ha una gestione del suo ruolo all’interno di un brano come un jazzista. Quindi Gino contrae ed espande le frasi, rimanendo ovviamente sempre in tema. Però è chiaro che avvengono problemi con l’attacco. Poi lui recupera subito dopo. Questa sua capacità di giocare col tempo era particolare”.

Lei è stato nel cast tecnico di Amici: pensa che i talent siano davvero uno strumento per individuare un talento musicale?
“Un talento vero prima o poi trova la sua esposizione. Diciamo che la formula “talent” è un acceleratore di percorsi. Negli anni Duemila è stata poi un’ulteriore vetrina, visto che oltre Sanremo, Castrocaro e il Disco per l’Estate non c’era altro. Chi voleva farsi ascoltare spazi non ne aveva. Oggi tutto è cambiato. Di talent ce ne sono tanti e secondo me è diventata più un’esigenza della tv: non interessa più il contenuto che c’è dentro, ma è la formula a tenere in vita il business tv”.

Probabilmente lei era l’unico possibile sostituto di Asia Argento a X Factor 2018…
“Apprezzo i punti di vista di tutti i giudici, uno diverso dall’altro sullo stesso fenomeno. L’idea di aggiungersi a questo panorama mi farebbe piacere se non fosse che da tre anni ho scelto di non spendere più tempo in questa direzione. Vorrei scrivere più musica, vorrei stare a contatto più con i giovanissimi, sono la nostra speranza di recupero di una serie di valori. Per questo mi occupo dello Zecchino d’oro. In questo ambito si possono esprimere concetti complessi attraverso un linguaggio semplice”.

Beppe Vessicchio ha una playlist sullo smartphone?
“Sì, ed è da un po’ che non l’ascolto. Ho la passione per la musica brasiliana e quindi non so perché quando voglio sognare e rilassarmi parto in quella direzione e ricevo piacere”.

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