Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.
Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.
La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.
Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.
Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.
In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.
Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.
Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.
Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.
Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.
Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.
“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.
Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.
Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.
Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.