Un movimento, una base e (almeno) cinque teste. I 5 Stelle che si sono fatti partito di governo, dopo quattro mesi di contratto con la Lega, si sono presentati all’esame della piazza. Visti dall’arena del Circo Massimo di Roma hanno la faccia stanca di chi sta attraversando il fuoco e non è detto che ne uscirà indenne. A vigilare sul palco ci sono due gigantografie di cartone che parlano da sole, quelle di Alessandro Di Battista e Beppe Grillo: sono i nomi che intervengono meno per tutta la manifestazione, ma la base li considera gli occhi incaricati di garantire che la barra resti dritta. Di fronte si scambiano il microfono i leader del momento: Luigi Di Maio naturalmente, l’uomo che sta rischiando tutto sul fronte col Carroccio; ma anche Roberto Fico, il dissidente che solo un anno fa rimase giù dal palco e oggi è voce di contrappeso necessaria per calmare le paure di chi teme una virata a destra. Nel mezzo Giuseppe Conte: considerato un premier senza potere dagli avversari politici, per i 5 stelle è il “civico non politico” che tutela la neutralità dell’esecutivo e a sorpresa, con il suo silenzio, rischia di rubare la scena nei cuori grillini.

Dietro le quinte come sempre Davide Casaleggio. Il figlio del cofondatore si arrocca nella sua casa dedicata alla piattaforma online Rousseau e si preoccupa solo di quello, ma è ben presente nella regia: ha una linea diretta con lo staff comunicazione ed è informato di ogni scelta. Di sicuro insieme a Grillo ha fatto un passo indietro: la posta in gioco è grande, serve qualcuno che stia fuori dalla mischia così che se la situazione dovesse farsi brutta possa intervenire dall’esterno. Non si vede ma si vedrà invece Ignazio Corrao: è l’eurodeputato che si occupa degli enti locali e si batte le regioni comune per comune. Su di lui Di Maio vuole puntare tutto per il nuovo progetto di gruppo Ue e per le Europee, quelle da vincere per evitare contraccolpi troppo forti sul contratto di governo in Italia.

Il M5s si conferma così una creatura dalle tante teste, facce che ogni anno di più si assestano alla guida di un Movimento per definizione senza leader, ma che per forza ha bisogno di punte che vadano avanti. Una cosa non cambia mai: le donne che affollano le liste M5s sono ancora escluse dalle stanze dove si prendono le decisioni. Ecco, quindi, come hanno affrontato l’arena di Italia 5 Stelle 2018 i cinque nomi più attesi.

Luigi Di Maio – Un anno fa il prato degli attivisti lo ha incoronato leader da far correre alle elezioni. Aveva promesso che avrebbe vinto, è finita che si è dovuto accontentare di fare il vicepremier e il super ministro. E’ finita che è stato costretto a far digerire un accordo di governo con la Lega ai suoi perché “un’alternativa” per fare le cose non è possibile ancora. Per il momento ce l’ha fatta, ma è un sorvegliato speciale: è al secondo mandato e al tavolo con il “nemico”, sfiorando addirittura Silvio Berlusconi, ce li ha portati lui. Porta la condanna degli esploratori: se alla fine della storia vincerà, sarà messo nel pantheon dei 5 stelle, ma se rivelerà il responsabile del bacio della morte, la piazza ci metterà un attimo a chiedere la sua testa. C’è mancato poco quando i 5 stelle si sono svegliati con il maxi condono dentro la manovra fiscale: Di Maio si è salvato in corner, sotto il profilo della comunicazione, con una conferenza stampa da Palazzo Chigi trasmessa al Circo Massimo che ha emozionato anche i più scettici. Ha fatto la figura del vincitore e anche la sua autoanalisi finale, quel flusso di coscienza per dire a tutti che il Movimento è ancora quello di un tempo, per il momento ha convinto. “Parleranno i fatti per me”, ha detto durante il suo comizio. E proprio i risultati concreti sono la sua assicurazione sulla vita politica.

Roberto Fico – Se glielo avessero detto un anno fa, mentre se ne stava solo e con il broncio chiuso nella camera d’hotel dopo essersi autoescluso dalla scaletta del palco, sicuramente avrebbe pensato a uno scherzo. Invece in dodici mesi l’improbabile è successo: Roberto Fico, anima dissidente che appena può fa un richiamo allo spirito delle origini, non solo è diventato presidente della Camera ma è pure la voce alternativa ma cooperativa del Movimento da affiancare a Luigi di Maio. “Uguali e diversi” dicono i più buoni, “necessariamente alternativi” li definiscono i più strategici. Gli attivisti sospettano che ci sia della meditazione, ma forse più semplicemente il duo Di Maio-Fico si è cucito addosso i panni che più gli spettavano. Riduttivo dire che Fico è la voce che guarda a sinistra. Il presidente della Camera guarda alla base delle origini: “lui è il Movimento”, è la frase che si sente ripetere più spesso sul suo conto. Ed è tutta lì la chiave del successo. Il suo comizio è stato un invito alla difesa delle istituzioni, dello Stato che ora rappresenta e di uno spirito democratico e di partecipazione dal basso che ogni volta che lo sentono nominare fa sognare i suoi. Per i più attenti era già tutto chiaro quando parlò a Palermo, Italia 5 stelle 2015: a sorpresa attaccò le derive del selfie e strappò la ola della folla. Da lì è stato un crescendo e ora a lui si affidano tutti quelli che temono il Carroccio e quello che comporta l’abbraccio mortale a destra.

Alessandro Di Battista – Ancora una volta l’assente che fa più rumore è l’ex deputato ancora in viaggio in Sud America. Il precedente è l’anno scorso: non si presentò a Italia 5 stelle a Rimini perché in sala parto ad aspettare il suo Andrea. Registrò un videomessaggio che in soli dieci minuti fece piangere una distesa di attivisti e oscurò la scena all’incoronazione del leader Di Maio. Ora al Circo Massimo ha parlato ancora in video e non in diretta ed è difficile dire con sicurezza se la differita gli sia stata imposta o meno. Non è una novità che dalle parti di Di Maio il dualismo con l’arringatore di folle non faccia piacere. Lui, con grande abilità, è intervenuto difendendo il vicepremier e le scelte strategiche degli ultimi giorni, compresa la denuncia del maxicondono in diretta tv. Gli attivisti lo ascoltano come al solito rapiti: è l’unico ad essere riuscito a rubare un po’ dell’aura del mito che da sempre accompagna Beppe Grillo e la base lo considera “un garante”. Di Maio sa bene che quella magia o ce l’hai o non ce l’hai: lui non ce l’ha e quell’handicap lo pagherà sempre. Nel messaggio di Di Battista c’era anche una notizia, nascosta tra l’inquadratura di un paesaggio sudamericano e lo stacco sul figlio che piange: Di Battista ha un biglietto di ritorno in Italia comprato per Natale. Questo significa che tornerà in piazza, a fianco dei suoi, e lo farà giusto giusto per le elezioni Europee. Di Maio ha pochi mesi per cementare la sua guida del Movimento, sperando che ad un certo punto non ci sia bisogno di farsi da parte per la salvezza del M5s.

Giuseppe Conte – Se una parte dell’Italia lo accusa di essere l’uomo senza voce in balia dei due vicepremier e dei loro umori, c’è un posto dove il premier Giuseppe Conte gode di buonissima fama: la piazza dei 5 stelle. “Quando un politico parla poco è segno che sta lavorando”, è solo una delle frasi che si sentono passeggiando tra gli stand. Del resto è la prova che i grillini hanno il controllo della testa del governo: molto spesso è un’illusione ma agli attivisti basta quello. La sua prova del palco è andata come doveva andare: Conte è impacciato e serio, non è fatto per scaldare le folle. Ma a lui non chiedono quello. L’immagine dell’avvocato del popolo? Per la base va bene, dà sicurezze. E’ uno degli appigli a cui si aggrappano tutti: è come stare su un aereo in balia delle turbolenze, finché non è il capitano a dire che si sta precipitando nessuno ha il diritto di gridare.

Beppe Grillo – Un Grillo così assente a una manifestazione dei 5 stelle non se lo ricorda nessuno. All’apertura delle agorà? Non c’era. La sera del comizio di Luigi Di Maio? Aveva uno spettacolo in Svizzera. La domenica mattina? Ancora non pervenuto. Il garante 5 stelle si è presentato sul suo palco, quello della realtà che lui ha creato (e questo Di Maio ce l’ha ben chiaro in mente), solo per la chiusura della manifestazione. E’ stato un Grillo di governo, con le battute da comico, ma anche le provocazioni dei vecchi tempi. “Devo rivedere il mio ruolo. Su cosa faccio satira?”, ha esordito. Delle vecchie uscite fulminanti, quelle che ai tempi degli Tsunami tour aprivano le prime pagine dei giornali, è rimasta la frase sul Quirinale: “Dobbiamo riformare i poteri del capo dello Stato”. Ma vista la sua posizione defilata nessuno sa se prenderla come una battuta o come un proclama politico. Inevitabili le polemiche, tanto che il Movimento corre ai ripari e, sostanzialmente, si dissocia. Attenzione a non confondersi però: Grillo sta in disparte, ma per tutta la manifestazione la sua gigantografia ha dominato la piazza. E’ lui che ha creato tutto e lui, quando vuole, può riprenderselo. E per gli attivisti, vedere il loro Beppe sempre lì nonostante tutto, è la più grande delle rassicurazioni.