“Il Movimento cambia, non possiamo illuderci che resti sempre lo stesso. Ma dobbiamo ricordarci chi siamo: l’importante è che restiamo consapevoli dei nostri valori”. E’ stata come una lunga autoanalisi, un faccia a faccia con chi non vedevi da tempo e che devi convincere che niente è cambiato e andrà tutto bene. Luigi Di Maio è salito sul palco della prima Italia 5 stelle di governo e quasi lanciandosi in braccio ai suoi ha chiesto di stare uniti perché i tempi difficili sono appena cominciati. La piazza, piena certo (30mila dicono gli organizzatori), ma non strabordante come quando c’era da sbancare tutto è e rimane la sua casa e lì, dopo il terremoto di questi mesi, è tornato per misurare la febbre alla base. “Quanto potete reggere ancora al mio fianco?” è la domanda che avrebbe voluto fare, soprattutto dopo la crisi sul condono con la Lega che per un attimo ha rischiato di far saltare tutto. Anche per questo, al termine di una giornata campale che comunque lo ha visto vincitore, ha deciso di andare dove il suo padre spirituale Beppe Grillo gli ha detto che tutto va risolto: tra gli attivisti. Prima di salire sulla pedana, che quest’anno era tonda piazzata al centro della folla, ha parlato a lungo con Roberto Fico dietro le quinte: il presidente della Camera gli ha anticipato che nel suo discorso avrebbe di nuovo fatto il richiamo alle origini, e Di Maio questa volta non è stato da meno. Le parole chiave le ha usate tutte: “il cuore” e “l’anima” che non cambiano mai, gli eventi della vita che portano alla trasformazione inevitabile della pelle, il Movimento come una creatura svezzata dai fondatori e poi cresciuta tra “vaffanculo” e lezioni da ingoiare. Del resto tutta la scaletta degli interventi dal palco è stato un modo per ricordare che i temi 5 stelle sono tutti ancora ben chiari in testa: le lotte per l’ambiente, la tutela dei truffati delle banche, i privilegi e pure la verità per Giulio Regeni. Di Maio ha pure assicurato: “Non ci siamo montati la testa. Quando torno al mio paese e mi chiedono ‘come ti dobbiamo chiamare?’ Io dico ‘Luigi’. Se un giorno chiederò di essere chiamato ministro, prendimi a calci nel sedere'”.

Il discorso del vicepremier M5s ai suoi è stato diverso da quello di qualsiasi altro comizio. E’ partito sì con il refrain degli attacchi ai 5 stelle, ma questa volta suonava come una richiesta di aiuto. Come a dire: statemi vicino ora che incombono i nemici da ogni parte. “Non perché siamo al governo abbiamo vinto”, è stato l’esordio di Di Maio. “Il sistema è vivo e lotta contro di noi e prova a impadronirsi dello Stato ogni giorno. E noi dobbiamo impedirglielo comportandoci bene. Io più vedo tutti questi attacchi più sono motivato ad andare avanti. Quando cominceranno ad adularci allora c’è qualcosa che non va”. La platea ha applaudito, oggi è tempo di celebrare il risultato di Di Maio sul condono annacquato, ma si respirava la freddezza di chi non tollererà molti altri errori. 

Che le cose sono cambiate lo si capisce dal fatto che dell’assenza di Beppe Grillo non si è accorto quasi nessuno. E’ impegnato in uno spettacolo in Svizzera e verrà forse oggi. Ma non importa: il Movimento è diventato un’altra cosa e l’importante è che il comico esista da qualche parte. Ora è Di Maio l’uomo che ha preso il testimone, per usare le sue stesse parole, ed è lui che tutti fissano con gli occhi sgranati. Italia 5 stelle è la manifestazione che i grillini usano per capire come stanno: si ascoltano, si osservano e cercano di prevedere dove andranno le cose. Ora più che mai: l’alleanza con la Lega è “un rospo” da ingoiare pur di restare al governo e loro vigilano severi. Ai microfoni dicono di “fidarsi ciecamente” del premier Conte, ma subito ricordano che quelli sono “semplici portavoce”. Di Maio sarà pure l’uomo della provvidenza, lo hanno incoronato loro proprio a Italia 5 stelle un anno fa. Ma ha messo sul tavolo il patrimonio di quasi dieci anni di M5s e si è giocato tutto. Quindi oggi c’è, ma domani potrebbe essere sostituito alla guida di quello che resterà del Movimento. E lui lo sa bene. La prima giornata dell’Italia 5 stelle di governo è fatta di assenti, da Grillo ai parlamentari già al secondo mandato che preferiscono mandare avanti i neoeletti semi sconosciuti fino ai gazebo non pervenuti dedicati ai singoli Meetup, ma è fatta anche di parole chiave sul passato bombardate in ogni salsa. Ci sono ad esempio i tendoni che celebrano le origini e le gigantografie dei leader che vigilano Di Maio di fronte alla piazza: c’è Gianroberto Casaleggio, c’è Beppe Grillo, c’è Alessandro Di Battista. C’è pure la democrazia diretta, con il senatore Gianluigi Paragone che per tutto il giorno invita la folla a mandare sms per iscriversi alla piattaforma per la partecipazione in rete: “Oggi abbiamo avuto più di mille adesioni”, ha ripetuto anche dal palco. Sembra un avvertimento, come a dire “ricordati che non ci sei solo tu”.

 

Per Di Maio è come avere un popolo che lo osserva. E non quel popolo che rivendica di aiutare ogni giorno, ma il suo popolo fatto di elettori che gli hanno affidato un mandato ben preciso. Con loro si è giocato la carta dei risultati: sono pochi, specie in Parlamento, ma Di Maio ha un decreto che porta praticamente il suo nome da esibire. “Ci siamo presentati alle elezioni con una lista di 20 punti e di questi 10 sono già stati realizzati”. Grillo non c’è, ma i più attenti sanno che le parole del vicepremier ricalcano molti comizi del garante M5s: “Smettiamola di parlare con i dati”, ha detto ad esempio, “e cominciamo a parlare con quello che sente la gente. La sfida non è tenere le carte a posto, la vera sfida è che cambi la vostra vita. E che voi possiate dire: oggi sto un po’ meglio”. Il discorso è poi continuato parlando del reddito di cittadinanza, la misura su cui Di Maio forse si gioca la faccia più di tutto: “Sono contento che nei primi tre mesi del prossimo anno partirà il reddito di cittadinanza”, ha detto. “Tutti i ragazzi depressi ce li andiamo a riprendere con un centro per l’impiego rifondato. Gli diciamo per cosa si possono formare e facciamo delle offerte. E’ la più grande misura non assistenzialistica che ci possa essere in un Paese. Con il reddito di cittadinanza noi facciamo una grande azione. Non ci sarà più nessuno che sfrutterà i nostri figli dandogli un reddito più basso di quello di cittadinanza. E’ un’operazione culturale“.

E’ stato a questo punto, tra le slide sul decreto Dignità e le promesse sul reddito di cittadinanza, che Di Maio ha deciso di tirare fuori la sua lettera agli attivisti: “Perché mi sono accorto che poi quando scrivo le cose, le esprimo meglio”, ha detto. Si sono abbassate le luci e dietro le spalle hanno cominciato a scorrere le foto dell’album 5 stelle. “Da quando i cittadini hanno iniziato a occuparsi della politica in Italia è cambiato tutto”, ha attaccato. “Ricordate anche voi come eravamo nel 2009 e come siamo oggi. Siamo cambiati e dobbiamo esserne consapevoli e orgogliosi. Nel 2009 accoglievo Beppe a Pomigliano D’Arco. Qualche mese fa abbracciavo Roberto Fico dopo l’elezione da presidente della Camera, e poi firmavo davanti a Sergio Mattarella per diventare vicepremier”. Quindi si è rivolto a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio: “Hanno nutrito il Movimento come ogni mamma fa con i propri figli. Hanno educato il Movimento a tutti i suoi valori più alti. Quel bambino creato con amore è entrato in Parlamento da adolescente”. E “in soli quattro mesi il Movimento è riuscito a realizzare quello che rivendicava da piccolo. E’ cresciuto talmente tanto che se lo guardate adesso quasi non lo riconoscete più”. Quindi la rassicurazione agli occhi persi di chi vede una strada confusa: “La nostra anima è sempre la stessa, è la voce che ascoltiamo, è il metro di giudizio per sapere se quello che facciamo è giusto o no. Il nostro cuore è rappresentato dalla piattaforma Rousseau. Possono dirci populisti, possono insultarci nei loro giornali, ma noi andiamo avanti. Siamo un unico cuore che batte. E quando avremo rimesso in piedi l’Italia dovremo ricostruire un nuovo Stato, fondato sull’intelligenza collettiva e non sull’incompetenza individuale. Uno Stato dove le decisioni si prendono insieme. Finché il nostro cuore continuerà a battere, potremo andare avanti”. E’ partito come un comizio e si è chiuso come la predica di un politico che chiede ancora pazienza. Perché ci sono cose che ancora dovrà far ingoiare. Finché la base M5s deciderà di seguirlo.