Che fine hanno fatto gli intellettuali di sinistra? La mutazione genetica si è compiuta già prima della caduta del Muro. «La dialettica non era più tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, ma piuttosto tra ingaggi e benefits… Gli intellettuali con la maiuscola riuscivano a tenere saldamente nelle loro mani i tre poteri: quello dell’accademia (il titolo, lo status), quello della comunicazione (i quotidiani, la televisione, la radio), e infine quello del conto corrente (il fatturato annuo). Il bersaglio preferito erano i “vetero-marxisti”, coloro che non capivano che il mondo stava cambiando, che non sapevano optare per la “governabilità”». La diagnosi è di Angelo d’Orsi, ordinario di storia delle dottrine politiche all’università di Torino, autore di libri importanti (l’ultimo è Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, 2017) e, con il suo maestro Norberto Bobbio, il più acuto indagatore del ceto intellettuale italiano. Ecco un estratto dell’intervista, firmata da Roberto Casalini, che potete leggere integralmente su Fq Millennium, in edicola con un numero dedicato al crollo della sinistra e alle possibili strade per ricostruirla.

Professore, conferma la diagnosi?
La confermo. È un cambiamento che comincia a prendere corpo nei tardi anni Settanta con il craxismo. E Craxi, oltre a essere stato la Thatcher italiana, fu un grande corruttore. Non parlo di Tangentopoli, ma prima di tutto di idee di destra spacciate per nuove idee di sinistra, e smerciate per tali da intellettuali ingaggiati all’uopo: Lucio Colletti, Saverio Vertone,  Giuliano Ferrara, per qualche tempo Ernesto Galli Della Loggia, gran parte dei quali finiranno poi con Berlusconi. La parola d’ordine magica, che ritroveremo con Renzi, era “modernità”. (…) L’intellettuale diventa così un mero  “interprete”, cioè un  tecnico, di regola giustificatore se non addirittura laudatore dell’esistente, e del percorso verso il nuovo. Un venditore di merce, assoldato dalla società dello spettacolo.

A proposito di spettacolo, c’è nell’aria la nuova Leopolda. Si terrà dal 19 al 21 ottobre, e Matteo Renzi invita a mandare idee e contributi sotto forma di brevi video, non più di 59 secondi…
Non stiamo parlando di cultura: anche senza rimpiangere i grandi dibattiti tra Bobbio, Della Volpe, Bianchi Bandinelli, Togliatti e Vittorini, sai che contributi in 59 secondi! E d’altro canto Renzi è un personaggino modesto, con quei suoi pensierini a base di smart, di fast e di semplificazione. Diceva D’Alema: “Renzi è stato creato per distruggere il Pd”. Aveva ragione, e devo dire che ce l’ha fatta. Non era quello che voleva arrivare da De Gasperi agli U2? (…) I comunisti erano allo stesso tempo partito di popolo e partito della cultura. Oggi restano album delle figurine e marmellata ideologica.

Scorriamolo, questo album.
Be’, è il gioco risale agli anni in cui stava nascendo il Pd e si tentava di allestire una galleria degli antenati. E allora si imbarcava Gramsci (inizialmente escluso, poi recuperato a furor di popolo), ma anche De Gasperi, Kennedy, Gorbaciov e Chaplin, Mandela e il Dalai Lama, Moro e Aung San Suu Kyi, che vediamo che fine ha fatto. Io mi chiedo: ma che c’entra il Dalai Lama con te?

Qual è stato per lei l’ultimo grande intellettuale di sinistra?
Forse direi Stefano Rodotà. Perché ha sempre fatto scelte di campo nette, ma senza servilismi né abdicazioni di fronte alla sua parte. Per la generosità e la sobrietà. Perché è stato un “sacerdos veritas”. Uno che disvelava le menzogne del potere, senza rivelare ambizioni personali, né vanità.

L’intervista integrale su Fq Millennium di ottobre, attualmente in edicola