Come tutti noi, conosco decine e decine di persone ammalate di cancro. Provo verso di loro – in particolare amiche sottoposte a cicli estenuanti di chemioterapia e radioterapia per cancro al seno – un sentimento di ammirazione completa e totale, una stima senza fine. Perché convivere con un cancro è qualcosa di epico, metafisico. Comporta una lotta fisica e psicologica immane, costante, senza fine, perché il cancro, se non uccide, resta una malattia cronica, a rischio recidiva, nonostante si parli con troppa facilità di “guarigione” da questa malattia. Penso sempre che mai riuscirei ad affrontare una simile prova, e al tempo stesso che in qualche modo dovrò attrezzarmi, visto che chi non è malato oggi lo sarà probabilmente domani. Ma non mi capacito di come sia possibile vivere sapendo che la morte è una possibilità non astratta ma concreta, possibile, reale, vicina o vicinissima.

Per tutti questi motivi ritengo che chiunque, da malato, voglia parlare di sé e della sua patologia, abbia carta bianca. Che possa dire qualunque cosa, che abbia il diritto di esprimersi come vuole. E’ il minimo, rispetto a quello che vive. Non solo. Essendo il cancro un enorme tabù, credo che chiunque rompa il silenzio assordante dello spazio pubblico su questo tema – se ne parla giusto negli inserti salute –  renda un servizio fondamentale, anche perché dà voce a milioni di persone spesso isolate nella loro malattia, vissuta in silenzio e disperazione tra le mura di casa. Per questo, quando Nadia Toffa aveva tempo fa deciso di parlare del suo tumore, avevo pensato che fosse una buonissima cosa. Perché di cancro bisogna parlare, molto di più, sempre di più. Ma bisogna farlo nella maniera giusta.

Come ho detto, ogni malato ha il diritto di parlare della sua malattia come crede, quindi la mia critica non è rivolta alla Toffa in particolare. Analizzando invece il modo in cui il tumore è comparso, per così dire, sulla scena pubblica, possiamo dire che, dopo un lungo periodo in cui di esso si taceva, se ne è cominciato finalmente a parlare: lo hanno fatto trasmissioni, personaggi pubblici, tantissimi libri, e così via. Tuttavia, è come se, entrando nello spazio televisivo, al cancro sia stato tolto il suo aspetto più drammatico. Come se il prezzo da pagare per arrivare finalmente in televisione fosse quello di renderlo più gioioso, addomesticato, brutto ma tutto sommato domabile. Privandolo del suo aspetto tragicamente deterministico, e legandolo alla volontà. Il cancro si può curare se lo si vuole, disse Berlusconi. Con il cancro si può convivere se ci si sforza di farlo, dice oggi, presentando il suo libro, la Toffa, cui sono arrivate migliaia di critiche di persone con parenti morti per tumore e che hanno contestato il suo definirlo “un dono”.

Ma il punto non è che il messaggio della Toffa sia sbagliato, o almeno non lo è del tutto. Il punto è che oggi questo messaggio non ci serve, anche se purtroppo spesso sono anche gli stessi medici, spaventati quanto noi, a veicolarlo. Non aiuta i malati che vivono la propria condizione in uno stato di prostrazione totale e non aiuta neanche i non malati, che tutto sommato pensano che il cancro sia qualcosa di facilmente gestibile con un pizzico di ottimismo. Ma la questione è più sottile. L’immensa angoscia rimossa che tutti noi abbiamo rispetto a questa malattia, quell’orrore che ci sveglia talvolta in piena notte, in questo modo non trova espressione. Resta un “non detto”, e come tale ancora più angosciante. Perché possa ridursi un poco occorrerebbe portarlo a parola, dargli visibilità. E allora bisognerebbe parlare del cancro in altri termini: parlare della sua drammaticità senza fine, parlare di come stravolga le vite, distrugga famiglie, lasci orfani i bambini. Servirebbe lasciare che le lacrime scorrano, che il dolore venga fuori senza mediazioni. Solo allora, forse, potremmo sentirci più consolati, individualmente e collettivamente.

Tempo fa, feci un reportage sulle donne malate di cancro al seno metastatico. Per settimane mi sono immersa nel loro vissuto, nella loro paura, nello sforzo di andare avanti nonostante una diagnosi infausta, nel dolore di vedere ogni giorno partire qualcuna. Quel dolore mi ha lacerato, ho passato giorni difficili. Quello che queste donne, spesso giovani, spesso con bambini, chiedono è di avere più voce. Perché, dicono, di cancro, in particolare al seno, parlano tutti come di qualcosa da cui si può guarire, quando non è vero. Perché a furia di fiocchetti rosa, dicono loro, anche chi è sano finisce per pensare che non sia niente, e magari smette di fare prevenzione e diagnosi precoce. Perché gli stessi medici cadono vittima dei luoghi comuni, così gli screening restano non aggiornati, quando magari a morire sono donne sempre più giovani. Ma tutto questo resta un tabù. Fondamentale, dunque, parlare di cancro. Meglio, se possibile, farlo aderendo ai fatti, perché se li si ascolta davvero raccontano una storia diversa.

Infine, un discorso a parte sarebbe da fare sul rapporto tra malattia ed editoria. Anche qui, resta legittima la voglia di esprimersi di chi è malato e di sicuro ci sono stati editori che gliela hanno accordata in buona fede. Da alcuni anni, però, mi pare di vedere una strumentalizzazione folle, un lanciarsi sul malato di fama, e anche non di fama, senza prima riflettere sul messaggio che si vuole lanciare. Senza pensare a come il libro inciderà sulla testa e il cuore delle persone. Non importa, pur di vendere copie. E questo, nonostante la crisi di questo settore, lo trovo esecrabile.

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