Mercoledì scorso è stata una giornata storica e un’emozione forte, quando sono arrivati quei 448 voti a favore ed è esploso il boato dell’aula di Strasburgo. Nonostante non molti ci scommettessero, il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza dei due terzi l’attivazione dell’art. 7 TUE nei confronti dell’Ungheria di Orbán, per chiedere al Consiglio di constatare un serio rischio di violazione grave dei principi fondamentali dell’Unione. è la prima volta che succede, su iniziativa del Parlamento. Un sussulto di dignità, a difesa della credibilità di questa Unione, che non può continuare a tollerare che entro i suoi confini avvengano violazioni sistematiche dei principi fondamentali su cui si basa.

La relazione della collega Sargentini, lunga e articolata, denuncia una situazione grave per quanto riguarda l’indipendenza dei giudici e della Corte costituzionale, la libertà di stampa, la corruzione nell’utilizzo dei fondi europei, i diritti delle minoranze e dei migranti, ed elenca i molti provvedimenti del governo Orbán che ledono i principi fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato, come l’uguaglianza, il pluralismo e lo stato di diritto.

Con questo voto abbiamo lanciato un segnale molto forte non solo ad Orbán, ma a tutti quei governi che pensano di continuare a trarre i benefici di far parte dell’Unione, calpestandone i principi e non condividendo mai le responsabilità che ne derivano. Il premier ungherese, durante il dibattito in aula prima del voto, ha ricordato la storia importante del suo Paese. Ma non ha ricordato che furono proprio gli ungheresi, nel 1956, a beneficiare per primi della solidarietà degli altri Paesi europei che in soli due mesi aprirono le porte per accoglierne oltre centomila in fuga.

L’atteggiamento di Orbán è ipocrita perché da un lato attacca l’Unione con le campagne “Stop Brussels”, ma dall’altro dimentica di dire agli ungheresi che negli ultimi anni il suo Paese, tra i primi beneficiari dei fondi di coesione, ha ricevuto cinque volte in più di quanto abbia versato nelle casse Ue (nel 2016 ad esempio l’Ungheria ha beneficiato di 4 miliardi e mezzo di fondi europei a fronte di un contributo di 924 milioni). Ipocrisia doppia, perché al contempo è stato tra i più strenui oppositori alla condivisione delle responsabilità sull’accoglienza e dei ricollocamenti promessi all’Italia e alla Grecia.

In due anni l’Ungheria, Paese di dieci milioni di abitanti, ne doveva fare 1294 e non ne ha fatto nemmeno uno. Ed è sempre Orbán che guida l’opposizione a qualsiasi riforma di Dublino, bloccando di fatto la discussione sul testo votato da due terzi del Parlamento europeo per obbligare tutti gli Stati europei a condividere equamente le responsabilità sull’accoglienza.

In aula a Strasburgo ha dipinto se stesso come il difensore del popolo ungherese contro l’ingerenza europea. Ma il voto del Parlamento non è stato un voto contro il popolo ungherese, anzi, è stato un voto a tutela dei suoi diritti fondamentali, e di quelli di tutti i cittadini di ognuno degli Stati membri. C’è chi attacca il voto del Parlamento sostenendo che Orbán sia stato democraticamente eletto, ma è un argomento inaccettabile. Chi ha ottenuto una maggioranza alle urne non è al di sopra delle leggi, delle costituzioni e dei trattati. Anzi, ha una responsabilità doppia nel rispettarli e farli rispettare. Perché i diritti che vi sono sanciti sono stati scritti soprattutto a tutela delle minoranze.

Chi conosce la collega olandese Judith Sargentini, che ha stilato la relazione votata sull’Ungheria, sa che non è una che fa trapelare le emozioni. Lavoratrice indefessa, preparatissima, un vero incubo per Commissione e governi nei suoi interventi che non mancano mai di polemica, ma neanche di ironia. Insomma, le sue lacrime in aula ci hanno contagiato tutti, perché era il pianto liberatorio di chi ancora crede profondamente nel progetto europeo e nelle sue ragioni fondative. Di chi lavora da dieci anni in quel Parlamento conoscendone i meccanismi e i poteri e scontandone le debolezze, un pianto liberatorio anche della frustrazione che ogni tanto ci prende per lo strapotere dei governi in un’Europa ancora così a trazione intergovernativa.

Certo, dicono alcuni, basterà il veto della Polonia a fermare tutto al Consiglio europeo, dove si dovrà affrontare il dossier sull’Ungheria. Ma è proprio questo il punto. Il Parlamento ha fatto il suo dovere. Al di là delle appartenenze nazionali e partitiche. Come già aveva dimostrato approvando a larga maggioranza una proposta di riforma di Dublino rivoluzionaria, è consapevole del suo ruolo in un momento così delicato. Ed è la precisa dimostrazione di quel che serve e per cui dobbiamo batterci: un’ampia democratizzazione dell’impianto europeo per dare più poteri al Parlamento, espressione diretta dei cittadini europei.

Perché se fosse per il Parlamento avremmo già dato risposte sul tema del rispetto dello Stato di diritto, della riforma di Dublino, del contrasto all’elusione ed evasione fiscale delle multinazionali, della conversione ecologica dell’economia, del reddito minimo, delle risorse proprie, e pure della doppia sede a Strasburgo. Tutte questioni su cui abbiamo già ottenuto maggioranze importanti in questa legislatura.

Chi dice che la politica europea non è appassionante sbaglia. E’ molto più vicina di come sembri.