La notte tra il 10 e l’11 settembre il sindaco di Livorno Filippo Nogarin era nella sua casa di Antignano, non lontano dal rio Ardenza che portava via, fino al mare, alberi, auto, pezzi di case, pezzi di famiglie. Il primo cittadino, autorità di protezione civile“, fu irreperibile fino alle 6 del mattino. Da ore mezza città era travolta dalla piena dei fiumi. Per questo porta il peso di essere indagato per omicidio colposo plurimo. Per questo le opposizioni gli chiesero a più riprese le dimissioni. Nogarin, un anno dopo, come allora, sostiene di non aver sbagliato nulla, che l’allerta adeguata all’evento in corso non fu data perché “i tecnici non me lo proposero”.

Ma da quel giorno, ogni volta che c’è allerta arancio, la stessa di quella notte, chiude le scuole e fa partire le telefonate ai cittadini. Quello che la notte di un anno fa non successe e, in quei giorni drammatici, gli fu rinfacciato perfino dal vescovo.

Il primo cittadino potrebbe trovarsi di fronte ad un possibile rinvio a giudizio nel pieno della campagna elettorale per essere rieletto alle Amministrative del prossimo anno e questo caso potrebbe rischiare di azzopparlo: “Quando sarà il momento deciderò”. Nel frattempo, però, il meet-up del Movimento 5 Stelle prima delle vacanze estive si è riunito e ha deciso di trascurare completamente questa ipotesi votando all’unanimità per la ricandidatura di Nogarin.

Un anno dopo Livorno prova a rialzarsi e il sindaco, a 9 mesi dalle elezioni comunali, rassicura la sua città: “Un anno dopo la città è più sicura e un evento come quello oggi produrrebbe degli effetti molto differenti”. Ma per completare il lavoro mancano ancora all’appello 30 milioni di euro che devono arrivare da Roma. Il governo Gentiloni li aveva promessi nella legge di bilancio precedente ma non sono mai arrivati. Il M5s promette a Nogarin che nella prossima manovra: “Io, dopo la delusione dello scorso anno, finché non vedo non credo“.

Sindaco Nogarin, cos’è stato fatto fino ad oggi per mettere in sicurezza la città?
E’ stato fatto molto: abbiamo messo in moto, insieme alla Regione e al Genio civile che hanno la competenza sulla ricostruzione, tutte le misure necessarie per la riduzione del rischio residuo come il ripristino degli argini, la pulizia del verde, la ripulitura dei fiumi e delle casse di espansione. Detto questo, c’è ancora tanto da fare: stiamo portando avanti lo “stombamento” del Rio Maggiore e siamo consapevoli del fatto che il sistema fognario richiede ancora una maggiore manutenzione per rispondere in maniera efficace ad un ipotetico evento come quello di un anno fa.

E ai livornesi che vivono nelle zone a rischio, cosa si sente di dire?
A loro voglio dire che la città adesso è più sicura, poi è ovvio che oggi molto è influenzato da come ognuno di noi percepisce il pericolo: adesso Livorno è una città con una sensibilità altissima rispetto al pericolo. C’è un dramma che la collettività ha vissuto sulla sua pelle e che fa da campanello di allarme ad ogni situazione che assomiglia solo lontanamente a quella.

La città, come dice lei, sarà anche più sicura ma rimane il problema delle tantissime abitazioni costruite lungo i fiumi.
Certo, è così e io non sono in grado di garantire sulla sicurezza di quelle abitazioni. Io faccio il politico e sono i tecnici che lo devono stabilire. Però allora mi chiedo: com’è stato possibile che negli anni a Livorno, Genova, Viareggio, Orbetello si sia permesso di costruire civili abitazioni a distanza proibitiva rispetto ai corsi d’acqua?

 

Secondo lei, perché?
Molto semplice: nel corso del tempo, il “Dio cemento” ha inghiottito tutto. Le abitazioni antiche, anche per motivi sanitari, non venivano mai costruite vicino ai fiumi mentre la cementificazione selvaggia ha portato alla costruzione di case anche a due passi dai fiumi e questo è un problema. E non riguarda solo Livorno ma tutta Italia: dobbiamo rivedere completamente il sistema delle nostre infrastrutture che sono tutte risalenti agli anni Sessanta e pensate con la logica della cementificazione.

Sta parlando anche del viadotto Morandi a Genova?
Sì e le dirò di più: oggi siamo a leccarci le ferite per il viadotto Morandi ma domani dovremo farlo per il tunnel di chissà dove che viene giù, tra sei mesi perché è crollata una scuola e così via. Abbiamo un patrimonio immobiliare vecchio ed è necessario avere un’anagrafe chiara delle nostre strutture per poi mettere in campo un piano di interventi decennale o ventennale per mettere in sicurezza il nostro paese.

Sindaco, dopo un anno i soldi dei rimborsi a cittadini e imprese non sono ancora arrivati.
Fino ad oggi i primi rimborsi erano arrivati solo tramite raccolte volontarie (conto corrente del Comune o donazioni di Rotary e Lions club), giovedì sera finalmente il Consiglio dei Ministri ha stanziato i primi 12,3 milioni di fondi statali per risarcire cittadini e imprese colpite dall’alluvione. All’appello però ne mancano ancora 30 perché ad ottobre scorso sono stati dichiarati danni per 45 milioni. I soldi dovevano arrivare già quest’anno ma poi il governo Gentiloni non ha approvato lo stanziamento nella scorsa Legge di Stabilità ed è stata una vera delusione.

Sì, ma adesso al governo c’è anche il Movimento 5 Stelle. Non l’hanno ascoltata?
Non è questo il punto, parlo quotidianamente con i vertici del Movimento e quindi con il governo, e mi hanno assicurato che questi 30 milioni che mancano saranno inseriti nella prossima Legge di Stabilità. Io, dopo la delusione dello scorso anno, finché non vedo non credo però mi aspetto che il governo ponga molta attenzione su questi temi, soprattutto dopo i fatti di Genova: se verranno stanziati questi fondi, saranno erogati entro i primi sei mesi del 2019.

 

Lei è stato messo in croce per il sistema di allerta: come funziona oggi rispetto ad un anno fa?
Allo stesso modo, l’alert system oggi è identico ad un anno fa: la Regione emana il bollettino, i tecnici della Protezione Civile mi dicono se avvertire i cittadini e poi decido io. Un anno fa non feci la telefonata perché i tecnici non me la proposero, oggi ho deciso che la faccio sempre.

Perché? Si sente di aver sbagliato quel giorno?
No, perché la telefonata non è obbligatoria e quel giorno i tecnici della Protezione Civile non me la proposero. Oggi appena c’è un codice arancio, comunque, ho deciso che chiudo le scuole e telefono a casa perché se la Regione non si assume le sue responsabilità, non capisco perché devo assumermele io.

Lei è indagato per omicidio colposo plurimo e la Procura sta chiudendo le indagini. Si sente tranquillo?
In questi casi, vivendo una situazione emotiva come questa con dei morti sulle spalle, non si è mai tranquilli fino in fondo. E non è un problema di responsabilità penale ma significa vivere questa vicenda in maniera molto pensante, essendo il capo di una comunità che ha vissuto sulla sua pelle questa tragedia.

In caso di rinvio a giudizio, si dimetterebbe?
Vedremo, sono un pragmatico: affronteremo le cose quando accadranno.