Il pazzo, l’isolato, l’incompreso. Un povero Cristo denigrato dalla gente comune che, udite udite, è stato ucciso e non si è mai suicidato. È il Vincent Van Gogh secondo Julian Schnabel e William Dafoe che lo interpreta. At Eternity’s Gate, in Concorso a Venezia 75, fa il pieno di applausi (ma forse non di critica, vedremo) e si candida diretto per il Leone d’Oro 2018. La soggettiva con sfocatura nella fascia bassa dello schermo, scafandro e farfalla touch, è il marchio di fabbrica del 66enne artista newyorchese che non ha mai funzionato cinematograficamente così bene. Scelta stilistica che si sovrappone come un sudario al febbrile, agitato, bipolare approccio alla vita e all’arte del pittore olandese. Schnabel c’è. Vuoi per vocazione settoriale/professionale, vuoi perché il suo cinema, la sua macchina da presa si è abituata a stare appiccicata, a sostituirsi allo sguardo dei soggetti raccontati, ma l’astio dei passanti, il disprezzo di critici e pubblico sbattuto sul muso del bistrattato Van Gogh arriva direttamente in faccia allo spettatore.

Non che manchino ampie oggettive, campi e controcampi, a dare respiro alla foga delle soggettive, ma è nella sintesi della storia filtrata visivamente in prima persona a fare la differenza nel risultato finale. Capiamoci, At Eternity’s Gate vive di uno sguardo spesso in soggettiva ma la direzionalità di questo sguardo è verso gli ampi spazi esterni. Arte e natura. Come se le inquadrature in campi lunghi, i dettagli di un fiore, di un albero, di un cielo, si materializzassero nei quadri che conosciamo. Scelta creativa apparentemente banale, ma dall’elaborazione visiva davvero complicata (guardate il primo piano frontale di Van Gogh bendato dopo il taglio dell’orecchio e diteci se non provate un brivido). C’è poi un discorso molto preciso sull’artista invisibile per i suoi contemporanei che fugge via dalla Parigi di fine Ottocento, aiutato e accudito comunque da lontano dal fratello Theo. Pellegrinaggio impaziente, volontario o meno, in diverse parti di Francia (Arles, Saint-Remy, Auvers-Sur-Oise). Le bettole, le stanzette anguste, gli ospedali psichiatrici diventano spunti spaziali di partenza per il pittore itinerante, seguito dalla macchina da presa di Schnabel in questo moto continuo tra campi, viottoli, antichi borghi, treppiedi e tele sulle spalle, alla ricerca di una sintesi fisico-corporea, materica, di una natura che si fa pittura e infine cinema.

Il Van Gogh di Schnabel è però un omino trattato da appestato, un pellegrino malvisto. Chi conosce la sua biografia sa del difficile rapporto d’amore/odio per l’amico Gaugin (qui interpretato da Oscar Isaac). Ma anche di tutti quei tizi incontrati per strada, nelle cantine, nelle cliniche: alcuni sollievo momentaneo dalla solitudine, tanti altri cattivi ed anonimi paesani privi di umanità e grazia. Infine il dubbio su quella malattia mentale tanto sbandierata dalla retorica ufficiale dell’icona museale e quel suicidio di cui non si è mai capito l’esatta dinamica.

Schnabel, assieme ad uno sceneggiatore di profonda esperienza nei drammi storici come Jean Claude Carriere, giustappone nella tessitura del racconto figure storicamente non ufficiali, come il prete titubante in puro stile Carriere epoca Bunuel che fa uscire Van Gogh dall’ospedale psichiatrico, che nel loro dialogare col protagonista è come se ne riabilitassero la memoria a favore di una presunta bizzarra normalità e di un finale di partita inedito che lascia stupefatti e sconvolti dopo il vorticare di linee sulle tele, di emersione quasi tattile delle pennellate di colore. Dafoe sembra essere nato per questi personaggi vittime fisiche di un marchio d’infamia popolare (L’Ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, Antichrist di Lars Von Trier, Pasolini di Abel Ferrara). Qui in più dona però al suo Van Gogh uno sguardo quasi di bimbo, tremante e addolorato, estasiato e infinito, che senza esagerare troppo in parole e dialoghi fa commuovere.

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