Continuano gli scontri tra milizie intorno alla capitale della Libia, tanto che il consiglio presidenziale guidato da Fayez Al-Serraj ha deciso di proclamare lo stato di emergenza a Tripoli. Questo mentre diversi media locali riferiscono dell’avanzata a sud della Settima brigata di Tarhuna che formalmente risponde al ministero della Difesa del governo guidato dallo stesso Al-Serraj, ma si è scontrato con i gruppi ad esso fedeli, con violenti combattimenti lungo la strada verso l’aeroporto. Gli scontri proseguono con questa intensità da una settimana – fonti parlano di almeno 39 morti e un centinaio di feriti – e sabato molti razzi sono caduti in varie zone della città e un colpo di mortaio che ha sfiorato anche l’ambasciata italiana.  Secondo il sito Libya Times, “due missili Grad sono stati lanciati contro l’ambasciata italiana e gli uffici del primo ministro libico”, colpendo invece il quarto piano del vicino Hotel al-Waddan. Testimoni oculari hanno riferito che il primo missile ha mancato l’ambasciata di “pochi metri” e ha colpito l’albergo, provocando tre feriti.

I militari italiani in Libia stanno bene e in sicurezza, riferiscono fonti della Difesa, e non è stato riscontrato nessun problema all’ospedale da campo a Misurata. Il ministro Elisabetta Trenta sta comunque seguendo costantemente l’evolversi della situazione, spiegano le stesse fonti, ed è in continuo contatto con lo Stato Maggiore della Difesa che le fornisce aggiornamenti su quanto sta accadendo a Tripoli.

La decisione di proclamare lo stato d’emergenza è stata assunta “per proteggere i cittadini e la sicurezza, gli impianti e le istituzioni vitali che richiedono tutte le necessarie misure militari e civili”, recita il comunicato ufficiale del governo di unità nazionale del premier Al-Serraj, riconosciuto a livello internazionale. Le forze della settima Brigata, ha annunciato il loro leader Abdel Rahim Al Kani ai media locali, si apprestano a lanciare, “nelle prossime ore”, un assalto sul quartiere di Abu Salim a Tripoli. La Brigata “continuerà a combattere fino a quando le milizie armate non lasceranno la capitale e la sicurezza sarà ripristinata”, ha sottolineato. Le forze della milizia “sono posizionate lungo la strada per l’aeroporto”.

“Noi non vogliamo la distruzione, ma stiamo avanzando in nome dei cittadini che non riescono a trovare cibo e aspettano giorni in coda per avere lo stipendio, mentre i leader delle milizie si godono il denaro libico”, ha evidenziato Khani. La Brigata sabato ha assunto il controllo della zona di al Kurayema, e secondo il portavoce “i residenti erano costretti a pagare un tributo alla milizia 301″. Il prossimo obiettivo sarebbe quello di mettere sotto controllo l’asse di Salah Eddine.

Intanto domenica mattina il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto la fine delle violenze in Libia in conformità con l’accordo di cessate il fuoco negoziato dall’Onu. Secondo le informazioni del Ministero della Salute libico, almeno 39 persone sono state uccise e circa 100 ferite in cinque giorni di scontri tra milizie rivali scoppiati lunedì nei sobborghi a sud di Tripoli. Guterres “condanna la continua escalation di violenze nella capitale della Libia e, in particolare, l’uso da parte di gruppi armati di bombardamenti indiscriminati che portano alla morte e al ferimento di civili, compresi bambini“, si legge in una nota. Il segretario generale “invita tutte le parti a cessare immediatamente le ostilità e ad attenersi all’accordo di cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite e dai Comitati di riconciliazione“.  Preoccupazione anche dall’ong Medici Senza Frontiere, che scrive su Twitter: Siamo “altamente preoccupati per i cittadini libici nelle aree residenziali e per i rifugiati e migranti intrappolati, le cui sofferenze sono state aggravate dalle politiche dell’Unione europea. La Libia non è un Paese sicuro“.

In una dichiarazione congiunta, Gran Bretagna, Francia, Italia e Stati Uniti hanno avvertito che “coloro che mettono a rischio la sicurezza a Tripoli o altrove in Libia che saranno ritenuti responsabili di tali azioni”. La capitale libica è stata al centro di una battaglia per l’influenza tra gruppi armati dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011.