Per un autore di fumetti nulla è più urgente del bisogno di raccontare delle storie. Vive di queste, si nutre incessantemente di trame intrecciate, di personaggi, di sogni illustrati da far vivere ai suoi lettori. Se poi il racconto di “una storia vera” può trasformare un giovane ne Il ragazzo più felice del mondo perché desistere: l’urgenza si fa ossessione. Bentornati negli universi di Gian Alfonso Pacinotti – in arte GiPi – che ogni tanto si prende una vacanza dal fumetto per dedicarsi al cinema. E la Mostra veneziana non poteva restarne indifferente come del resto già fece con l’esordio L’ultimo terrestre (2011) che pose addirittura in concorso: a questo giro GiPi si deve accontentare della sezione Sconfini ma non c’è dubbio che essere al Lido lo rende Il ragazzo più felice del mondo, esattamente come il titolo del suo secondo lungometraggio. Protagonista nel ruolo di se stesso ed io narrante, GiPi gioca nel film su due fattori: da una parte la voglia spasmodica di fare un nuovo film (la proposta “indecente” al produttore Procacci di un remake al maschile de La vita di Adéle, ovvero La vita di Adelo…) e dall’altra l’arrivo per posta cartacea di una lettera curiosa. Si tratta del manoscritto di un 15enne dal nome Francesco che si dichiara suo fan assoluto e che diventerebbe “il ragazzo più felice del mondo” qualora il fumettista decidesse di mandargli un disegno, meglio se “erotico realistico” in cui è il migliore senza rivali.

A quel punto GiPi non ha pace: vuole realizzare un film su questa storia, come del resto fa. Utilizzando il cinema quale dispositivo d’inganno d’eccellenza GiPi inizia a farsi domande “ultime” quali “Dove sta la verità?” o “Qual è il segreto per essere felici?” mentre accarezza la sua ossessione di riunire la community dei fumettisti italiani che – guarda caso – hanno ricevuto la medesima lettera dal fan 15enne e trovare con loro il senso delle cose, forse addirittura il senso della vita. Metacinema d’autore in genere stravaganza, Il ragazzo più felice del mondo diverte – spesso fino alle lacrime – e non pretende di arrivare oltre se stesso anche se in questa “arresa” si autopenalizza nella riuscita: in altre parole si ha la sensazione che nel tentativo di giocare troppo sul vero e il falso e sull’autorichiamo a danneggiarsi è la drammaturgia del film, rimasta acerba. Il film uscirà prossimamente per Fandango che l’ha anche prodotto.

Di tutt’altra pasta è l’unico titolo italiano concorrente alla Settimana Internazionale della Critica, sezione autonoma e parallela dedicata unicamente agli esordi. Alla regia di Saremo giovani e bellissimi è la giovane barese Letizia Lamartire che ha convinto una delle migliori attrici del nostro cinema a farle da protagonista, Barbora Bobulova. La performer slovacca è Isabella, l’ex anchorwoman di un gruppo pop caduta in semi-disuso dopo il boom di quando era 18enne. La ritroviamo sgangherata e anarchica ma di contagiosa simpatia con un figlio 20enne che adora e da cui è adorata. Il duo vive e “suona” all’unisono, tanto in casa quanto nella vita professionale che li vede entrambi uniti dalla musica: lei canta come quando era “giovane e bellissima”, lui l’accompagna alla chitarra. Ma non tutto, naturalmente, può continuare a filare liscio. E d’altra parte qualcosa deve pur “rompersi” in quest’idillio (volutamente ambiguo…) madre-figlio essendo la storia il soggetto di un film. Sono loro due l’ossatura dell’opera prodotta dal Centro Sperimentale di Cinematografica (con Rai Cinema) per la ivi diplomata Lamartire nel 2016 e il cui corto Piccole donne era già entrato fra gli short sic@sic lo scorso anno. Commedia che utilizza la musica (“la mia grande passione accanto al cinema” dice la 31enne regista diplomata anche al Conservatorio) quale luogo principe di ogni relazione rappresentata, Saremo giovani e bellissimi è anche un film sugli ideali tra infranti e raggiunti nonché sulla ricerca d’identità a prescindere dall’età anagrafica. Ma, naturalmente, è anche un testo sul significato della maternità e della figliolanza, laddove ogni tipo di “regola” viene rivisitata. Seppur tematicamente intrigante, il film non infonde la medesima convinzione in fase di scrittura (in buona parte gli eventi che si susseguono sono prevedibili…) da cui discende una regia che avrebbe – forse – osato di più.

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