La Guardia di finanza sta eseguendo un decreto di sequestro emesso dalla procura di Genova che riguarda tutta la documentazione relativa al ponte Morandi. Le Fiamme gialle sono nelle sedi del Ministero delle Infrastrutture e nel suo ufficio ispettivo territoriale di Genova, nella sede del Provveditorato delle opere pubbliche di Liguria, Piemonte e Val d’Aosta, e della Spea Engineering spa, una società del Gruppo Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l’Italia. I sequestri stanno avvenendo a Roma, Milano, Firenze e Genova. “Sono ben felice che si faccia chiarezza su quanto successo in passato. Il Ministero delle infrastrutture e trasporti è a totale disposizione delle autorità che stanno indagando sul crollo del Ponte Morandi. Buon lavoro a Gdf e magistrati”, scrive il ministro Danilo Toninelli su Twitter.

Il provvedimento arriva a una settimana di distanza dal primo decreto di sequestro  eseguito nelle sedi della società della famiglia Benetton: i finanzieri avevano requisito documenti, e-mail e altro materiale negli uffici Aspi di Genova, Firenze e Roma. Il procuratore Francesco Cozzi martedì in conferenza stampa aveva parlato di “un consistente numero di reperti utili per accertare le cause del crollo del viadotto” collassato per circa 250 metri il 14 agosto scorso uccidendo 43 persone. Ma aveva anche spiegato che “l’analisi della documentazione che abbiamo acquisito ci ha portato a raccogliere elementi utili che risalgono fino dagli anni ’80”, quindi il lavoro di investigatori e inquirenti sarà ancora lungo e “al momento non c’è alcun indagato”.

Oltre trent’anni di storia del ponte da ricostruire. E lo necessità di fare comunque in fretta perché  incombe l’incidente probatorio in vista della demolizione. Allo stato, come ricostruisce il Fatto Quotidiano, quello che magistrati e Guardia di finanza hanno ben chiaro sono due elementi: da un lato la dinamica del crollo cristallizzata nei reperti e in un video, dall’altro la catena di comando che ha seguito la stesura e l’approvazione del progetto “migliorativo” di retrofitting di circa 26 milioni di euro per le pile 9 (quella crollata) e 10. Progetto che doveva partire a settembre. Dieci nomi, che allo stato non risultano indagati, ma “che – spiega una fonte sempre a il Fatto Quotidiano – erano, secondo noi, a conoscenza di alcuni problemi del ponte e dell’importanza del progetto”.

I consulenti della Procura stanno incrociando tutta la documentazione presente sul ponte Morandi, a partire da quella relazione del 1979 scritta dallo stesso progettista Riccardo Morandi, in cui avvisava di “fenomeni di aggressione del cemento di origine chimica” e di “perdita di resistenza superficiale del calcestruzzo”. Gli stralli, ovvero proprio i tiranti di calcestruzzo, rimangono oggi i principali sospettati del crollo. E la Repubblica scrive di un possibile scenario: una bolla d’aria interna al tirante di calcestruzzo, un difetto nella fase di iniezione del cemento che ingloba i cavi di acciaio, che si sarebbero così deteriorati con il passare degli anni.