“Non era più sostenibile la situazione e per questo la Chiesa italiana ha deciso di aprire le porte, nel rispetto dei principi espressi più volte dal Papa, costruire ponti e non muri”. Così don Ivan Maffeis, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, ha spiegato la decisione della Cei di accogliere 100 dei 137 migranti rimasti a bordo della nave Diciotti. “Abbiamo espresso  nelle ultime ore – ha spiegato Maffeis – la disponibilità ad accogliere i migranti, e il ministro dell’Interno l’ha accolta, dopo che solo IrlandaAlbania si sono dette disponibili. Ora occorre verificare le condizioni di salute di queste persone, l’identificazione, tutti i passaggi che prevede la legge”. Un accordo, quello raggiunto tra la Cei e il Viminale, siglato “per porre fine alle sofferenze di queste persone, in mare da giorni”.

Un gesto che arriva dopo i tanti appelli di Papa Francesco in favore dell’accoglienza dei migranti, che spesso ha denunciato anche il “vergognoso crimine della tratta di persone” . Così come  “le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti”. Bergoglio, infatti, ha sempre puntato il dito contro “l’ipocrisia sterile di chi non vuole ‘sporcarsi le mani’”. Una tentazione che, per il Papa, è “ben presente anche ai nostri giorni e che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti”.

Per Francesco “di fronte alle sfide migratorie di oggi, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia; una riposta che non fa troppi calcoli, ma esige un’equa divisione delle responsabilità, un’onesta e sincera valutazione delle alternative e una gestione oculata. Politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, di tutte le persone interessate; che prevede soluzioni adatte a garantire la sicurezza, il rispetto dei diritti e della dignità di tutti; che sa guardare al bene del proprio Paese tenendo conto di quello degli altri Paesi, in un mondo sempre più interconnesso”.

Parole inequivocabili che si sono concretizzate nell’accoglienza, da parte della Cei, dei migranti a bordo della nave Diciotti. “I vescovi di Sicilia – aveva affermato il presule di Noto, monsignor Antonio Stagliano, delegato Migrantes della Conferenza episcopale siciliana – si stanno interrogando sulla necessità di passare dalla riflessione ai fatti, meno proclami, pur importanti per risvegliare le coscienze, e più azioni fattive per liberare questi nostri fratelli. Dopo le belle riflessioni, occorre subito mobilitarsi: magari salendo sulla Diciotti e fare con loro lo sciopero della fame? O qualche altra iniziativa di solidarietà che manifesti il volto popolare di una Chiesa impegnata fattivamente su questo problema?”.

Gli aveva fatto eco il vescovo di Cefalù, monsignor Giuseppe Marciante, che ha subito offerto la disponibilità a ospitare i profughi. “Non è solo questione di giustizia, – ha affermato il presule – ma dare ospitalità e accoglienza è crescere nella fede: questo è l’amore. Come Chiesa viva, allora, apriamo le porte della nostra diocesi. Abbiamo case e istituti religiosi vuoti, anche in buone condizioni. Ottimi per dare accoglienza a questi nostri fratelli. Mettiamo in pratica il Vangelo di Gesù”. Marciante ha sottolineato, inoltre, che “i 150 immigrati della Diciotti vengono quasi tutti dall’Eritrea, un Paese tra i poveri, governato da una dittatura brutale che pone quella popolazione nella scelta tra morire in patria o rischiare di morire nel viaggio della speranza, per raggiungere parenti e connazionali soprattutto nel Nord Europa. Siamo cristiani e dobbiamo seguire Cristo che bussa alla nostra porta. Dobbiamo impegnarci con intelligenza e prudenza, ma anche con coraggio e profezia. Oggi ancora non si vedono soluzioni a livello politico europeo”.

Dello stesso parere monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale e vicepresidente della Conferenza episcopale siciliana, che in più reclama dalla Ue “una linea uniforme da applicare in tutti i casi come questo, perché non è ammissibile che si tenga una trattativa internazionale per ogni nave”. Il presule ha ricordato che dal punto di visto giuridico “c’è l’obbligo di salvare ed accogliere in mare chi fugge”; dal punto di vista morale, inoltre, “quelle persone a bordo di quella nave sono esseri umani, non numeri. Vanno trattate come esseri umani”. Parole in perfetta sintonia con quelle della Comunità di Sant’Egidio, da sempre in prima linea con i corridoi umanitari, che ha evidenziato come “occorra cercare risposte adeguate e condivise anche con gli altri paesi europei; che solo l’adozione di misure strutturali, sia a livello nazionale, sia a livello europeo – prima fra tutte la previsione di canali legali di ingresso, di cui i corridoi umanitari sono una delle espressioni possibili – potrà evitare il ripetersi in futuro di situazioni analoghe, contrastare il traffico di esseri umani e porre fine alle inaccettabili morti in mare, aumentate percentualmente negli ultimi mesi”.