Sono oltre 68mila i bambini migranti detenuti in Messico fra il 2016 e aprile 2018: il 91% di questi sono stati espulsi verso l’America Centrale. Tra gennaio e giugno di quest’anno, da Messico e Stati Uniti circa 96mila migranti – tra cui 24mila tra donne e bambini – sono stati rimpatriati. A rendere noti questi dati è l’Unicef, nel nuovo rapporto “Uprooted in Central America and Mexico”, in cui si tracciano le vie dei piccoli migranti che, sradicati dall’America centrale, affrontano un circolo vizioso di difficoltà e pericoli. Da quanto si legge l’estrema violenza, la povertà e la mancanza di opportunità non sono soltanto le cause delle migrazioni irregolari, ma anche le conseguenze delle espulsioni dal Messico e dagli Stati Uniti. Per questo l’Unicef invita i governi a collaborare per trovare soluzioni che tutelino il benessere dei bambini rifugiati e migranti durante il viaggio e riducano le cause delle migrazioni irregolari.

Il report dell’Unicef arriva a qualche mese dalle polemiche sulla politica dei rimpatri di Donald Trump che aveva visto i minori di famiglie irregolari strappati ai genitori e chiusi in delle gabbie in attesa di essere rimpatriati. L’opinione pubblica era rimasta talmente sconvolta dai pianti di quei bambini che il presidente statunitense era dovuto tornare sui suoi passi. E proprio le politiche sul rimpatrio sono un punto su cui l’Unicef si sofferma. La separazione familiare e la detenzione da parte delle autorità competenti in materia di migrazione,sono esperienze fortemente traumatizzanti che secondo l’Unicef possono pregiudicare lo sviluppo a lungo termine del bambino.

Tenere le famiglie unite e supportare alternative alla detenzione sono misure fondamentali per assicurare il superiore interesse dei bambini migranti e rifugiati. Marita Perceval, direttore regionale dell’Unicef per l’America Latina e i Caraibi, ha ricordato che “in molti casi, i bambini che sono rimandati nei loro paesi d’origine non hanno nessuna casa in cui tornare, e finiscono per essere sommersi dai debiti o sono presi di mira dalle gang criminali”. Per cui “essere riportati a situazioni invivibili rende più probabile una nuova migrazione”, ha concluso Perceval.

Oltretutto i bambini e le famiglie che migrano a causa di minacce di violenza possono essere esposti a un rischio ancora maggiore se sono costretti a ritornare, senza nessun supporto o protezione, nelle comunità da cui sono andati via: molti finiscono così per diventare sfollati “interni” perché non è sicuro tornare a “casa”. La violenza, specialmente quella delle gang, è un problema molto diffuso nell’America centrale. L’Unicef riporta che tra il 2008 e il 2016 in Honduras, per esempio, circa un bambino ogni giorno è stato vittima di omicidio. Analogamente, a El Salvador, 365 bambini sono stati uccisi nel 2017, mentre in Guatemala sono stati segnalati altri 942 casi.

Nel rapporto si evidenzia quindi la paradossale situazione per cui i piccoli migranti rimpatriati, e così le loro famiglie, devono affrontare la stigmatizzazione all’interno delle comunità a causa del loro tentativo fallito di arrivare in Messico o negli Stati Uniti: per gli adulti diventa difficile mantenere o trovare un lavoro con cui pagare i debiti, e per i bambini diventa difficile integrarsi, diventando facili prede delle gang. Senza le risorse necessarie per i beni di prima necessità, o senza casa, i piccoli migranti sono destinati a finire in un circolo di povertà e violenza. Per questo Perceval sostiene sia compito dei governi “fornire loro la protezione e il supporto necessari per una reintegrazione efficace” oltre “all’accesso ai servizi essenziali durante il percorso migratorio”.