di Stefano Simoncini

In apertura della quarta tappa del Rousseau City Lab, Gianluigi Paragone ha argomentato la possibile “inutilità del Parlamento in una proiezione futura”, raccogliendo in questo modo il testimone dal “patron” Davide Casaleggio che, in un’intervista pubblicata su La Verità del 23 luglio, aveva sostenuto la stessa tesi suscitando sconcerti a destra e sinistra.

“La Rete sta modificando tutti gli ambiti sociali, dai sistemi produttivi, ai servizi, alle relazioni tra le persone a quelle tra Stato e cittadino”. Sul terreno di questa nuova sovranità digitale la rete risulta disruptive non soltanto rispetto ai modelli di business, ma anche rispetto ai sistemi politici: “grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività del volere popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è quindi inevitabile”. Casaleggio si spinge perfino a profetizzare che “tra qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma”. La stessa tesi, era stata anticipata da Casaleggio poco dopo le elezioni politiche, in un articolo del 19 marzo sul Washington Post: “Direct democracy, made possible by the Internet, has given a new centrality to citizens and will ultimately lead to the deconstruction of the current political and social organizations. Representative democracy – politics by proxy – is gradually losing meaning”.

Vista la loro radicalità, ci si chiede allora quanto siano salde in lui queste convinzioni, che non vanno sottovalutate per due motivi: perché la parte dell’analisi è tutt’altro che infondata; perché l’innovazione digitale in ambito politico dai 5 stelle è una realtà di cui rappresentano un’avanguardia a livello globale. Quanto alla sua matrice, è sufficiente riportare l’incipit di una vecchia intervista del padre Gianroberto pubblicata dal Corriere della Sera il 23 giugno 2013: “la democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato”. La dichiarazione di Davide è praticamente un calco dall’intervista del padre.

Puntando l’attenzione non tanto sul potenziale eversivo del discorso, quanto sulla forma attuale che il movimento conferisce alla democrazia diretta, il punto debole del discorso apparirà proprio dalla sproporzione tra valore democratico effettivo della forma attuale e valore astratto attribuito alla forma idealizzata. La democrazia digitale non è una semplice democrazia diretta totalmente disintermediata, è una diversa forma di mediazione dell’organizzazione e della decisione politica, che avviene attraverso l’infrastruttura tecnologica. Il software è ormai riconosciuto come un principio regolatore delle relazioni umane che agisce attraverso schemi procedurali e gerarchie di accesso che determinano le modalità di interazione.

A nessuno è sfuggito che all’orizzontalismo delle interazioni della piattaforma dichiarato dal Movimento corrisponde il verticalismo di una proprietà privata e di una gestione che decide queste regole di funzionamento e ha accesso a tutti i dati, in una fondamentale asimmetria tra utente e gestore. Certamente si tratta di un sistema che abilita e incentiva una partecipazione più attiva alla politica da parte dei cittadini e un potenziale di controllo delle politiche dal basso ma – come sembra attestato dall’istruttoria del Garante della privacy – il sistema Rousseau è chiuso e centralizzato e implica la possibilità di un tracciamento e dunque di un controllo, delle attività e scelte degli utenti da parte dei gestori.

D’altra parte, a differenza della verticalità “visibile” della democrazia rappresentativa, con la verticalità invisibile del digitale le regole di funzionamento e interazione sono imposte da un’entità privata e ristretta, che non è sottoposta a sua volta a nessuna regolazione, a nessun bilanciamento e a nessuna rotazione. È in poche parole una autorità assoluta capace di condizionare le interazioni e orientare le scelte degli utenti-cittadini e Davide Casaleggio – paradossalmente per un’investitura dinastica – è il deus ex machina di questo sistema tecno-sociale.