Era poco più di un anno fa quando la Cassazione, pronunciandosi sul caso del divorzio tra un ex ministro e sua moglie, aveva completamente rivoluzionato il diritto di famiglia a sfavore delle donne, stabilendo non solo che il criterio del tenore di vita non avesse più ragion d’essere, ma che d’ora in poi sarebbe bastata alla parte più debole anche una minima autosufficienza economica per non avere diritto a nulla. Neanche nel caso l’altra parte, quasi sempre lui, guadagnasse 10 volte tanto. Dopo quella sentenza erano arrivate sulla mia posta elettronica decine di lettere di donne letteralmente disperate. Ad esempio L., un marito iper benestante, lei con semplice stipendio di insegnante, che in base alla nuova sentenza si aspettava di perdere quel minimo assegno di poche centinaia di euro (suo marito infatti poteva chiedere la revisione dell’assegno dopo la nuova decisione della Corte) che le consentiva una vita meno misera. Oppure A., 64 anni, una pensione minuscola, che secondo il marito tuttavia in base alla nuova normativa era sufficiente per toglierle qualsiasi sostegno.

Quelle storie facevano male, perché purtroppo sia i giudici dei diversi Tribunali sia gli avvocati, trovandosi improvvisamente di fronte a una sentenza che rovesciava completamente quanto stabilito per decenni in fatto di divorzio, per uscire dal caos si sono appellati in questi mesi (con poche eccezioni) alla nuova norma, con danno estremo per le donne, soprattutto quelle che per seguire i figli avevano rinunciato a una carriera più importante o addirittura a lavorare del tutto. Il risultato amaro, scrivevo sempre su questo blog, era che sposarsi non conveniva più, così come non conveniva più fare figli, perché in un Paese dove le donne hanno lavori drasticamente più precari e sottopagati degli uomini – parlano i numeri – e spesso sono spinte dagli uomini stessi (quanti ne conosco) a scegliere un penalizzante part time oppure a stare a casa, il rischio altissimo era quello di trovarsi poverissime a 50 o 60 anni. O persino più. La cosa umiliante di quella sentenza, inoltre, era che la donna doveva dimostrare di non essere indipendente, concetto tra l’altro abbastanza fumoso e quindi legato dalla discrezionalità dei vari giudici (il Tribunale di Milano aveva parlato di mille euro al mese).

Ora, finalmente, arriva la sentenza delle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione, volta a risolvere appunto le contraddizioni sul caso Grilli-Lownstein. Ed è una sentenza al tempo stesso moderna e protettiva verso le donne. Cambia la natura dell’assegno, che diventa soprattutto compensativo e perequativo, oltre che assistenziale: si dà finalmente il rilievo che spetta al contributo del coniuge che richiede l’assegno “alla formazione del patrimonio comune e personale” e questo “in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future e all’età dell’avente diritto”. Resta insomma l’obbligo di solidarietà anche dopo lo scioglimento del vincolo e resta soprattutto in quei matrimoni di lunga data e dove magari ci sono dei figli, mentre giustamente i giudici sottolineano la necessità di valutare caso per caso, distinguendo un’unione trentennale da una durata una o due anni. Tutto questo, ripeto, è sacrosanto, perché il lavoro delle donne nella cura della casa (ancora nettamente maggiore secondo le statistiche degli uomini) e in quello dei figli (se si conteggiassero le ore spese a seguire due bimbi si arriverebbe a cifre stratosferiche, peccato che si tratta di lavoro non retribuito) non può essere ignorato nel momento in cui due persone decidono di prendere strade diverse.

Il tema del divorzio, come più volte ho scritto, è un tema drammatico e spesso devastante. Non ci sono vincitori, solo ferite e molto dolore e soldi che si riducono drasticamente per entrambi, così come non ci sono cattivi e buoni. Ciascuno, evidentemente, ha i propri interessi anche legittimi, come quello a chiudere definitivamente con un passato infelice. Ma compito delle leggi, almeno quelle giuste, è arginare scelte di vita che se favorevoli a uno dei due coniugi potrebbero causare povertà e angoscia nell’altro. Certo, lo sappiamo benissimo, ci sono padri finiti a mangiare alla Caritas, ma ci sono anche decine di migliaia di madri che non ricevono un assegno a cui avrebbero diritto e non sanno cosa dar da mangiare ai figli perché il famoso fondo che lo Stato aveva istituito per aiutare proprio le donne a cui l’ex marito non versa soldi come al solito in Italia non funziona e le persone devono “arrangiarsi”, parola che indica solo fatica, paura e disperazione.

Ma Veronica Lario riavrà il suo assegno in base a questa sentenza? Onestamente non lo so e non credo importi. Nel caso dei ricchissimi, i problemi non ci sono e anzi, come ho scritto, ritengo che se una donna ha un immenso patrimonio non dovrebbe aver bisogno di un assegno, anche se suo marito è dieci volte più ricco di lei. Ma, ripeto, sono questioni che non riguardano il 99,9% della popolazione. Sulla quale, invece, questa sentenza incide. E per fortuna, a mio parere, felicemente.

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Non riesco a rispondere tutti i commenti, ma leggo tutto, grazie.