È successo in provincia di Gorizia dove due Istituti comprensivi di Monfalcone hanno sottoscritto una convenzione col Comune guidato dalla Lega e fissato un tetto massimo del 45% per la presenza di bambini stranieri nelle classi della materna che partiranno il prossimo settembre, lasciando fuori tutti gli altri. La motivazione ufficiale è quella di contrastare il fenomeno delle “classi ghetto”, che si è tradotta di fatto con l’esclusione di 60 bambini stranieri nelle classi che partiranno a settembre.

Di questo dobbiamo parlare per affrontare la questione dalla prospettiva più onesta, quella dell’esclusione su base etnica. In molti salteranno sulle sedie, ma se l’unico criterio preso in considerazione per includere o escludere i bambini dalla scuola è la loro provenienza, il loro Paese di nascita o, peggio ancora, quello dei loro genitori, c’è poco da girarci intorno: quei bambini sono stati esclusi perché stranieri.

In questa considerazione di fatto c’è tutto il fallimento in primis di un’istituzione che alza ghetti con la scusa di abbatterli e in secondo luogo di un sistema scolatico esclusivo ed escludente, riluttante, incapace di perseguire e applicare il principio dell‘integrazione e del diritto alla scuola “aperta e tutti” come fondamentale e inalienabile, indipendentemente dalla condizione economica, sociale e dal Paese di nascita, così come stabilito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla Costituzione italiana e ribadito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo.

L’esclusione su base etnica è quindi un criterio semplicemente razzista. Razzista perché tra i criteri per l’assegnazione dei punteggi scolastici non fa differenza il Paese di provenienza, semmai l’Isee, l’indicatore di reddito, la condizione sociale, la presenza o meno di genitori che lavorano, di famiglie disagiate, la composizione del nucleo familiare. Ma non di certo la provenienza geografica. Inserirla è una forzatura su base idelogica, pericolosa e vecchia come la storia la storia che ricorda.

La scuola stessa, in autonomia, è in grado di trovare le risorse per l’integrazione. La risposta alle classi ghetto, ad esempio, è la scuola Di Donato nel quartiere Esquilino di Roma, tra le più mutliculturali della capitale e ancora oggi esempio positivo di convivenza pacifica e costruttiva tra culture diverse. Le uniche classi ghetto sono quelle dove fallisce l’integrazione. Tutto il resto è propaganda.