Il calcio mondiale riposa, Putin giammai. Questo sia ben chiaro! Lo dimostra un piccolo quanto significativo episodio, raccontato da Interfax, agenzia d’informazione che di solito è ben addentro alle cose del Cremlino e, soprattutto, confermato dal fido portavoce della presidenza, l’abile Dmitri Peskov (per mia esperienza, posso dire che è un interlocutore affabile, che conosce anche l’italiano ed apprezza molto il Belpaese). Riassumo: due tifosi argentini sbagliano città, non vedono la partita, ma Putin lo viene a sapere e gli regala i biglietti per il terzo match dell’Argentina. Compensa, questo episodio da libro Cuore, l’ultimo sondaggio VTSOM (Centro russo per lo studio dell’opinione pubblica), reso noto nel primo pomeriggio del 29 giugno.

Nonostante la “febbre” mondiale, il gradimento dei russi nei confronti di Putin è calato del dieci per cento, passando dal 42% della settimana precedente all’attuale 38,3, così come è calato il gradimento delle attività presidenziali, dal 72,1% al 63,4%. Nella classifica dei politici più apprezzati, il leader dell’opposizione Alexei Navalny è solo nono, con l’1,1%, in leggero aumento rispetto allo 0,9% della settimana scorsa. Così come è in controtendenza Gennady Zyuganov, leader del partito comunista (5,7%, contro il 4,9 della settimana passata e il 4,2 di maggio). Idem Pavel Grudinin, candidato alle elezioni per il partito comunista, in crescita: aveva il 4,2 ora è al 4,9%: un bel salto dal 3% di maggio. Persino l’inconsistente Ksenia Sobchak, la starlette che aveva sfidato Putin, passa dallo 0,2 allo 0,3… Putin e i suoi ministri, tutti in calo, pagano il malcontento per la riforma delle pensioni, ha spiegato l’analista Mikhail Mamonov, responsabile della ricerca.

Ecco, inquadrato in questo contesto, si può capire come sia stato enfatizzato l’episodio dei due sventurati tifosi criollos che volevano vedere Argentina-Croazia in programma a Nizhny-Novgorod, a est di Mosca ed erano invece finiti a Novgorod, che si trova nella regione confinante a quella di San Pietroburgo. Come se da noi uno si fosse sbagliato andando a Bari al posto di Torino. I due perdono la partita. A dire la verità, la perdono anche Messi e soci, battuti 3-0 da Perisic e Modric. Meglio così, direte voi, hanno evitato di imbufalirsi e patire la bruciante sconfitta, e tutto il discutibile teatrino di Maradona in tribuna, fuori di testa, colpito da malore, i suoi gestacci, le sue smorfie, senza dimenticare la rumorosa contestazione nei confronti del mister Jorge Sampaoli.

Ma i due tapini non avevano fatto i conti con Lui. Con il magnanimo zar del Ventunesimo secolo. Che, informato della loro disavventura, ha ordinato di rimediare. In men che non si dica, l’amministrazione municipale di Novgorod ha raggiunto telefonicamente i due sventurati, e gli ha consegnato due biglietti per assistere alla successiva partita degli albicelesti, in programma proprio a San Pietroburgo. Dove l’Argentina ha vinto, sia pure a fatica, ed è riuscita a superare il girone di qualificazione. A differenza delle sedici squadre eliminate che sono state costrette a fare i bagagli. Come tutte quelle africane: un continente sparito dalla geografia del calcio di Russia 2018. Come la possente Germania, la popolarissima Islanda o la Polonia, che pareva destinata a cose egregie. Come quasi tutte le formazioni dell’Asia, compreso l’Iran che si è battuto con ardore, coraggio e fierezza. Come l’Australia. Come il debuttante Panama, ultimo degli ultimi; come il brillante Costarica. Come il Perù che si pensava potesse essere un cliente insidioso.

E come la Serbia.

Il rientro a casa dei serbi è stato mesto e amaro: passi essere battuti dal Brasile, quel 2 a 0 ci può stare, il calcio brasiliano è amatissimo a Belgrado dove lo stadio più grande ha il soprannome di Maracanà. Ma non hanno digerito averle buscate dalla Svizzera, e per di più, con due gol segnati da Xhaka e Shaqiri, due kosovari naturalizzati rossocrociati che poi hanno esultato facendo il gesto dell’aquila bicipite, una provocazione bella e buona… In questo ritorno a casa da incazzati è rimasto coinvolto pure il cinquantaduenne Ivica Dacic, dinamico presidente del partito socialista serbo ministro degli Esteri di Belgrado. Solo che lui, a differenza dei pur bravi Stojkovic, Kolarov, Milenkovic, Kostic e compagnia scalciando, è reduce non da una sconfitta ma da un piccolo successo diplomatico. Infatti, nei due giorni che è stato a Mosca ha incontrato il collega russo Sergej Lavrov ed è riuscito a strappare una visita di Putin in autunno. L’ultima volta che il capo del Cremlino si recò a Belgrado fu giusto quattro anni fa, nell’ottobre del 2014. Diciamo che la Serbia, è passata agli ottavi del Mondiale geopolitico che Putin – in modo piuttosto discreto ed efficace, almeno sino ad oggi – ha organizzato parallelamente a quello di Russia 2018, approfittando del via vai di dirigenti, ministri e capi di Stato (o di principesse giapponesi…) che si sono avvicendati dietro le quinte e non solo nelle tribune del torneo. Macron, tanto per dire, è atteso per le semifinali, beninteso, “ci andrò solo se i Blues supereranno i quarti”.

C’è poi il fatto che la Serbia è considerata l’alleato fedele dei Balcani, non a caso il movimento “Patria” dei serbi kosovari della regione Metohija (Metochia) ha inviato al presidente russo una lettera aperta perché usi ogni mezzo diplomatico a sua disposizione pur di bloccare il processo di legalizzazione del separatismo albanese “nella provincia meridionale della Serbia”. La questione è intricata: “Lavrov mi ha espresso la disponibilità della Russia a partecipare eventualmente al dialogo tra Belgrado e Pristina nel caso si dovesse concordare un allargamento del format dei colloqui”, ha detto Dacic, formula vaga che sembra piuttosto un contentino per placare le tensioni che sono piuttosto forti nella della Metochia, che nel corso della storia non sempre è stata legata alle vicende storiche del resto del Kosovo ma a quelle dell’Albania. La regione conta tre dei sette distretti del Kosovo e circa 800mila abitanti sui quasi due milioni della Repubblica secessionista che dichiarò unilateralmente la sua indipendenza il 17 febbraio del 2008. Fu Tito ad includere la Metochia nella Provincia Autonoma del Kosovo (Kosovo i Metohija) che entrò a far parte della Jugoslavia nel 1946.

Sulla tribolata vicenda, segnalo la recente presa di posizione del ministro Dacic che giudica la divisione del Kosovo come l’unica soluzione per porre fine ai negoziati tra Pristina e Belgrado, e si lamenta che ad impedire l’accordo ci siano troppe pressioni e troppi “attori internazionali”: “Per l’Occidente, l’unica possibilità è il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. C’è una mancanza di soluzioni che possano essere implementate, e c’è anche una mancanza di proposte. Sarebbe opportuno che ognuno presenti le proprie proposte, piuttosto che andare avanti con posizioni nazionaliste che non vanno bene a nessuna delle parti”. Più pragmatico è il premier Aleksandar Vucic. Dice che Belgrado sarebbe pronta a discutere con Pristina, ed afferma che vuole risultati concreti da queste discussioni.

La politica, però, non riesce a cancellare la rabbia serba procurata dalla sconfitta con gli svizzeri. Il vittimismo cova rancore. Il rancore alimenta l’orgoglio nazionalista. Il nazionalismo serbo è esasperato. Ed è esportato dagli ultras, tra i più turbolenti e temuti d’Europa. Ne sappiamo qualcosa noialtri, quando duemila hooligans serbi il 12 ottobre del 2010 guidati da Ivan Bogdanov detto Ivan il Terribile trasformarono le gradinate di Marassi in un inferno, durante Italia-Serbia (vinta a tavolino dagli azzurri 3-0).

Il calcio non è mai neutrale, checché ne dicano i soloni della Fifa che hanno inutilmente multato Xhaka e Shaqiri (“Siamo felici di pagare la sanzione, è un onore…”).

La storia racconta altro. Per esempio, la scintilla che avrebbe innescato la feroce guerra tra serbi e croati scaturì il 13 maggio del 1990, durante la partita tra la Dinamo Zagabria e la Stella Rossa di Belgrado, allo stadio Maksimir di Zagabria, quando tra gli ultras serbi e quelli croati si accese una battaglia senza quartiere, e la polizia – formata in maggioranza da agenti serbi – caricò soprattutto i tifosi croati. I Bad Blue Boys scavalcarono le transenne, invasero il campo. Gli ultras serbi erano guidati da un fanatico criminale, il turpe Zeliko Raznatovic che sarebbe diventato il famigerato comandante Arkan, capo di gruppi paramilitari serbi che furono protagonisti di azioni efferate di guerriglia. La situazione degenerò. Allo stadio piombarono le truppe antisommossa, blindati, cannoni ad acqua. Gli scontri dilagarono dallo stadio alla città. Alcuni giocatori della Dinamo rimasero feriti, quelli della Stella Rossa riuscirono a rintanarsi negli spogliatoi e poi vennero evacuati con un elicottero militare. Per i croati Dinamo Zagabria-Stella Rossa rappresentò l’inizio della loro indipendenza. Per i serbi, la fine della Jugoslavia.