È venuto naturale e loro non vogliono neanche parlarle. Ad alcuni, come Stephan Lichtsteiner, è sembrato giusto. Ad altri, per esempio il loro ct Petkovic, no. Perché il calcio deve rimanere un campo neutrale. Certo è che, a oltre vent’anni dalla fuga dal Kosovo e l’arrivo in Svizzera delle loro famiglie, Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri devono essersi parecchio emozionati. Il secondo, nella terra contesa da Serbia e Albania, ci è pure nato; l’altro in passato aveva manifestato con una lettera aperta la propria volontà di giocare per la “sua” nazione ma di non poterlo fare per aver partecipato a competizioni giovanili con la maglia elvetica. La stessa con la quale, venerdì sera, hanno battuto la Serbia.

Segnando proprio loro contro quella nazione che, altri tempi, durante la guerra dei Balcani non voleva in alcun modo lasciar andare la regione dove la popolazione è in prevalenza albanese. La storia di papà Xhaka – detenuto politico per tre anni e mezzo – è una delle tante, in una terra che ha conosciuto oltre mezzo milione di persone trasferite forzatamente, oltre 15mila vittime e 18 massacri etnici compiuti dalla Serbia di Slobodan Milosevic in piccoli villaggi tra il 1998 e il 1999. Così venerdì, quando sono arrivati i loro gol, hanno pensato che potesse esistere una sola esultanza possibile: mimare l’aquila bicipite, simbolo dell’Albania, con le mani.

Una “provocazione”, accusa la Federcalcio serba. “Preferirei non parlarne, diciamo che ero emozionato”, ha glissato Shaqiri. Nulla ha detto Xhaka – il cui fratello, Taulant, gioca con la nazionale albanese – mentre per il ct della Svizzera, Petkovic, nato a Sarajevo, la politica deve rimanere fuori dal calcio. In difesa dei due, è intervenuto il capitano svizzero, Lichtsteiner: “C’è stata una guerra durissima per molti genitori dei nostri giocatori, c’erano pressioni e provocazioni, quindi per me Xhaka e Shaqiri hanno fatto bene”. Ora però si muove anche anche la Fifa, che sta valutando se esistano gli estremi per richiami o sanzioni, visto che esultanze e riferimenti politici sono da sempre osteggiati dall’organismo che governa il calcio mondiale.

Non è il primo caso che coinvolge due Paesi balcanici in chiave calcistica. Senza risalire alla “madre di tutti gli scontri”, quello dello stadio Maksimir poco prima che la guerra vera iniziasse, basti ricordare che appena quattro anni fa Serbia-Albania, valida per le qualificazioni a Euro 2016, si trasformò in una battaglia in campo che coinvolse giocatori, staff e tifosi perché sullo stadio si levò in volo un drone con la bandiera della Grande Albania e i volti di Isa Boletini e Ismail Qemaili. Scoppiò il finimondo anche fuori dal campo di gioco: migliaia di persone in strada a Tirana, contingente della Kfor rinforzato a Pristina, fuochi d’artificio in mezzo Kosovo. Perché nei Balcani si continua a inseguire un pallone sopra una polveriera.