Il giardino dei Finzi Contini – ingannevole luogo di pace protetto da un alto muro di cinta, cuore del romanzo che Giorgio Bassani ha ambientato nella Ferrara fascista ferita dalle leggi razziali – è un paradigma che il ministero dell’Istruzione ci ha involontariamente messo davanti, a mostrare il doppio registro di realtà in cui viviamo.

Mentre gli studenti sono invitati a riflettere sugli «orrori della persecuzione fascista e razzista, la crudeltà della storia, l’incantesimo dell’infanzia e la felicità del sogno», il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il ministro dell’Interno austriaco Heinz Christian Stracke sono a Roma per un incontro con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in previsione del vertice straordinario che domenica prossima sancirà il fallimento di ogni responsabile meccanismo di redistribuzione di rifugiati tra Stati europei, e in cui verrà dichiarata la volontà di creare luoghi al di là del mare dove impedire ai migranti di giungere in Europa, costi quel che costi.

In questo stesso 20 giugno in cui la scuola superiore – per lo più ferma nei programmi di studio alla Seconda guerra mondiale – svolge il compito comandato di ricordare gli ottant’anni dalle leggi razziali, si celebra l’istituzione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, voluta nel 1951 davanti alle macerie morali e politiche della Shoah perché non dovesse ripetersi lo spettacolo ignobile di masse di esiliati, respinti da uno stato all’altro.

Intanto bambini, donne incinta, persone provate dalla prigionia e dalla tortura, sono ostaggi di un gioco criminale che spesso li riporta alla casella dei lager libici, o in fondo al mare, mentre i volontari che salvano migranti, benché prosciolti da ogni infamante accusa di collusione, vengono trattati alla stregua di criminali e impediti di approdare nei porti italiani.

Mi torna in mente il viso mite di Cesare Finzi, ebreo di Ferrara che, a differenza di molti suoi familiari, riuscì a salvarsi dalla deportazione. Nell’anno scolastico ’40-’41, ebbe Giorgio Bassani come docente di italiano e latino nella scuola ebraica. «Eravamo quattro ragazzini di undici anni, tutti cacciati dalla scuola fascista», mi raccontò mentre registravo la sua testimonianza per un documentario sulle leggi razziali. «Si faceva lezione nel suo studio, ampio, luminoso, con tanti libri antichi, una grande scrivania che metteva soggezione. Nella bella stagione, Bassani apriva le finestre dello studio, che davano sul circolo del tennis. In quanto ebreo, lui non poteva più frequentarlo, anche se era tra i migliori tennisti di Ferrara.

Spesso, da adulto, mi sono chiesto come dovesse sentirsi a far lezione a noi quattro, sentendo quel rimbalzo ritmico della palla. Con lui studiavamo le Georgiche e l’analisi logica. Non fosse stato per quel nostro isolamento, per l’affanno dei nostri genitori privati del lavoro, facevamo una vita serena, persino elevata. Poi nel 1941 una squadra di fascisti mise a ferro e fuoco la zona del ghetto, picchiò il rabbino, distrusse la sinagoga e i rotoli della legge. E nel 1942, in occasione del capodanno ebraico, i fascisti distrussero il tempio tedesco. Il rabbino fu di nuovo picchiato davanti ai figli. L’anno scolastico ’42-’43 da noi cominciò in ritardo, perché gli insegnanti, tra cui Bassani, furono precettati per il lavoro obbligatorio, come tutti gli adulti tra i 18 e i 45 anni, compresi mio padre e mia madre, e fin quasi alla fine di ottobre dovettero raccogliere frutta e riempire cassette da mandare in Germania».

Mentre i telegiornali ci mostrano bambini in gabbia, separati dai genitori per deterrenza dell’immigrazione, e un presidente americano afferma che «gli immigrati infestano gli Usa», la lettura de Il giardino dei Finzi Contini sarebbe una prova di maturità da assegnare all’intero paese per mostrare come comincia la persecuzione delle esistenze dei singoli, e gli esiti impensabili cui può condurre.

Forse guarderemmo con meno indifferenza alla mossa del premier ungherese Viktor Orbán che ha cambiato la Costituzione per non essere obbligato a ricevere quote di rifugiati, al modo in cui il ministro dell’Interno italiano parla di rom italiani che «purtroppo» non possono essere espulsi e di luoghi al di là del Mediterraneo dove impiantare hotspot per «difendere le frontiere esterne dell’Europa», mentre si prospetta una chiusura a cascata delle frontiere che implicherà la fine di Schengen, e una lesione irrimediabile del diritto di asilo.