Io me lo ricordo, quando è cominciato. Fu una decina d’anni fa, forse un po’ di più. Un giornalista decerebrato pose una domanda al padre di un bambino ucciso in maniera selvaggia. Un padre in lacrime, devastato. La domanda riguardava l’assassino: “Ma lei lo perdona?” Io non so cosa possa vagare per un cervello disabitato in certi momenti, da far formulare una domanda del genere. Perché è una domanda a cui non si può rispondere con la verità. E la verità è che a chi ha ammazzato tuo figlio tu gli mangeresti il cuore dopo averglielo scippato dal petto a mani nude. Ma non puoi dirlo e taci, poiché sai che se lo dicessi, se dicessi cosa pensi sul serio, quelli che i figli li hanno a casa, placidamente addormentati nei loro lettini piumosi, si straccerebbero le ipocrite vesti e ti bollerebbero come sanguinario.

Cominciò allora, con quella domanda che nessun cervello pensante avrebbe mai posto, e quella risposta che non fu una risposta vera, se mai ci fu. Cominciò allora l’era del perdono incondizionato, anche se non c’era contrizione, l’era della comprensione universale, della giustificazione perpetua. L’era di “è una così brava persona”, l’era del “salutava sempre”, l’era di “è un ragazzo perbene, era solo uno scherzo”.

Perché infilare la manichetta nel sedere di un ragazzino e distruggergli l’intestino e la vita con l’aria compressa, è uno scherzo. Aggredire a calci e pugni una insegnante perché non promuove la tua zotica progenie è una “momentanea perdita di controllo”. Assalire un medico del pronto soccorso perché secondo te tuo figlio non viene assistito con la celerità che tu vorresti è una “perdita di lucidità”. Ma basta. Basta, basta, basta.
Basta con questo giustificazionismo continuo, questo voler capire le ragioni anche quando non ci sono ragioni. Perché è esattamente questo, che alimenta l’impunità. Perché poi basta scusarsi, dire che è stato uno scherzo, un momento di follia, e tutto finisce in una pacca sulla spalla e va beh, non farlo più, eh. Gli stupri in branco dei vostri figli non sono uno scherzo. Se non avete saputo educarli, insegnarli cosa è giusto e cosa non lo è, se non avete saputo spiegargli e inculcargli il rispetto degli altri, meritate di andare in carcere insieme alla vostra miserabile stirpe.

Se pensate che a vostro figlio sia tutto concesso, perché è il frutto dei vostri lombi, state allevando un piccolo ducetto che prima o poi dovrà fare i conti con se stesso e con le proprie azioni.
Se pensate di liberargli il cammino dall’intralcio, non gli fate bene. Stete allevando un porco, non educando un bambino. E pregherei le mariemontessori pronte a gridare allo scandalo di stare zitte. Perché i bambini non sono tutti buoni sempre, non sono tutti giustificabili sempre, non sono tutti perdonabili sempre. I bambini si educano, si insegna loro a prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

Non si lasciano allo stato brado perché “sono solo bambini”. E vale sempre, dai bambini molesti al ristorante e al cinema, lasciati senza controllo dai genitori e poco importa se intralciano il lavoro dei camerieri e disturbano gli altri commensali, o gridano come apache sul piede di guerra mentre tu vorresti goderti il film per cui hai pagato, fino ai ragazzini che schiavizzano la compagna di studi e la stuprano in branco.

E se non lo fate voi, dev’essere la giustizia a insegnargli che c’è una responsabilità per le proprie azioni. e pazienza se salutava sempre e sembrava una così brava persona. Perché no, chi stupra, chi accoltella, chi uccide, non è una brava persona: è un criminale e merita di scontare la pena per quello che ha fatto.

Con buona pace dei giornalisti pietosi che inneggiano al perdono. Perché io sono stufa, del perdono. Io no, non perdono più.

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