L’affido – Una storia di violenza, promosso da D.i.Re, è un film che racconta in maniera efficace il fenomeno della rivittimizzazione secondaria delle donne che denunziano maltrattamenti e stalking nelle aule dei tribunali e vogliono proteggere i loro figli da padri violenti. Xavier Legrand, regista esordiente, ha ricevuto il Leone D’Argento per la migliore regia e quello per la migliore opera prima alla 74ma edizione del Festival di Venezia. La pellicola arriverà nelle sale italiane il 21 giugno e sarà distribuito anche negli Stati Uniti e in Brasile. Oggi, 14 luglio alle ore 21, sarà presentato da D.i.RE in anteprima alla Casa Internazionale delle Donne, in via della Lungara, 19 (Roma).

Miriam Besson (Léa Drucker) e dei suoi figli, il piccolo Julien (Thomas Gloria) e la ormai maggiorenne Josephine (Mathilde Auneveux) credono di essersi messi al riparo dalle violenze di un marito e padre padrone ma una giudice incapace di riconoscere le dinamiche del maltrattamento ne farà degli ostaggi. Nel luogo che dovrebbe tutelare diritti e vita, la testimonianza di Miriam, di Julien e Josephine ha meno valore di quella dei colleghi di lavoro e degli amici del circolo della caccia che descrivono Antoine Besson (Denis Ménochet) “come un uomo mite, corretto e lavoratore”.

Le richieste paterne saranno accolte in tribunale per la superficialità e l’incompetenza di chi confonde conflitto e violenza per il pregiudizio sulle donne che “mentono o esagerano” o “vogliono impedire la relazione dei figli col padre” e l’affido condiviso diventerà l’incubo di una quotidiana minaccia. Antoine cercherà di estorcere un sentimento di amore che non è mai stato capace di coltivare o che ha distrutto con la sua violenza. La solitudine e il dolore per essere respinto dalla moglie e dai figli non sono un motivo per rimettere in discussione sé stesso e assumersi il peso del fallimento delle sue relazioni. Del resto nemmeno le istituzioni gliene chiedono conto e anzi gli viene data carta bianca affinché possa continuare a minacciare e a maltrattare l’ex moglie e i figli, suscitando la paura invece dell’amore.

Consiglio la visione del film a chiunque per lavoro può entrare in contatto con donne vittime di violenza. E’ uno spunto per riflettere sulle storture di un sistema che non protegge adeguatamente le donne che si separano da un uomo violento e abbandona al proprio destino le vittime di cattive prassi. In Italia ce ne sono state già troppe.

La Corte Europea dei diritti umani lo scorso mese di marzo ha condannato l’Italia per il caso Talpis e pochi giorni fa ha respinto il ricorso presentato contro la condanna che giustificava la morte di Ion e il ferimento grave della madre Elisaveta, come un caso episodico e isolato. Il Comitato dei ministri che supervisiona l’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti umani ha contestato il Piano D’Azione presentato al governo italiano ed ha  chiesto ulteriori informazioni sull’attuazione delle misure legislative. E’ una vittoria politica molto significativa per le donne, ottenuta grazie all’impegno di Titti Carrano, avvocata ed ex presidente D.iRe donne in Rete contro la violenza. La rete dei Centri antiviolenza chiede da anni allo Stato italiano di sanare le contraddizioni di un sistema inadeguato perché quando le leggi che tutelano le vittime di violenza restano lettera morta aumenta il rischio che poi a morire siano le donne o i figli.

@nadiesdaa