Di Elon Musk – come di ogni vero imprenditore – si potrà dire di tutto, nel bene e nel male, ma non certo che gli manchi la caratteristica di fondo che distingue i grandi uomini d’impresa dai passacarte, quella certa “visione“, l’essere spinti da aspirazioni un po’ più ambiziose e di più lungo respiro del semplice accumulare un po’ di denaro o produrre qualcosa:  voler cambiare il mondo! (Steve Jobs). Lo confermano le notizie che, di volta in volta, escono sul fondatore di Paypal e di Tesla e che – nonostante le difficoltà delle sue aziende – lo mostrano inarrestabile e irrefrenabile nel perseverare nella sua strada.

Proprio di questi giorni è la notizia di alcuni consigli apparentemente irrituali dati a quanti lavorano con lui affinché aumentino la produttività ma soprattutto perché comprendano che quest’ultima è funzione della capacità di eliminare le attività di routine, di ripulire l’azienda e il lavoro da ogni vuoto contenuto burocratico, di non fidarsi del formalismo tranquillizzante ma nemico dello sviluppo e, infine, di confidare nella responsabilità e nelle capacità individuali di ogni singolo lavoratore, più che nel conformismo degli yes men. Questa d’altronde, è la visione che marchia i grandi imprenditori, che ci piace e che vorremmo diffusa con maggiore generosità nel nostro Paese.

Che si vinca o che si perda, che il successo arrivi o che sia la strada della delusione a chiudere l’esperienza degli uomini (e delle donne) che rischiano sul serio, questo importa veramente molto poco. Sono le buone battaglie a fare le buone guerre e non viceversa. Il mito del successo a ogni costo – contrariamente a quello che vogliono farci credere – è fuori dalla vera logica imprenditoriale. Se poi uno ha avuto la fortuna e l’abilità, da zero, di riuscire a creare la più grande azienda del mondo partendo, più che da un garage, dalla convinzione dell’utilità di un corso di calligrafia al Reed College di Portland (cioè, secondo i canoni tradizionali, è un pazzo scatenato), allora suoneremo volentieri il coro dell’Alleluia dal Messiah di Georg Friedrich Händel. Ma se anche alla fine la gloria non sorridesse a chi rischia veramente, come è stato ripetutamente detto, è solo a questi uomini che dobbiamo il nostro progresso.

Il problema – come si è capito – è che in Italia, uomini (e donne) come Elon Musk oggi non se ne vedono. I campioni dell’imprenditoria italiana sono altri, con altre doti e ne tacciamo i nomi (ma soprattutto gli esempi assolutamente per nulla edificanti) per carità di Patria ma soprattutto per la totale inutilità a puntare il dito su una categoria che, almeno a vederne le rappresentanze istituzionali, sembra non voglia riformarsi.

L’imprenditoria italiana, soprattutto la grande imprenditoria, da tempo in grave declino – con potenti quanto inutili mezzi di comunicazione – si occupa di molte faccende. Ambisce a dare consigli alle università su come formare i giovani, suggerisce leggi e riforme ai legislatori, interviene a correzione della magistratura, insomma si diletta in numerose attività non tutte “prossime al core business“, che sarebbe produrre e portare benessere al Paese. E mentre si diletta in queste attività, trascura il suo dovere principale che è quello di creare un ambiente realmente favorevole allo sviluppo dello spirito industriale, alla libertà d’azione di quegli individui (così rari da noi) che sarebbero disposti a rischiare in nome di un grande progetto industriale, di un’idea di sviluppo. Uomini che da noi, a ben vedere, non sono mancati in passato, gente come Pietro Ferrero, Giovanni Agnelli sr., Agostino Rocca, Vincenzo Lancia, Gaetano Marzotto, Adriano Olivetti, Enrico Mattei e tanti altri che hanno fatto grande l’Italia – ma che non sembrano avere successori all’altezza.

Nel momento in cui le imprese accettano di adeguare il proprio comportamento alle regole comode e un po’ sporche della politica, delle sovvenzioni, dei favori, della scarsa meritocrazia, delle inique e squilibrate retribuzioni, non creano l’aria adatta allo sviluppo di altre imprese e alla crescita dello spirito imprenditoriale. Con l’aria irrespirabile del non mercato che alimentano, le grandi imprese italiane si sono certo chiuse al futuro e all’innovazione, ma soprattutto continuano a respingere, reprimere e se possibile stroncare i potenziali giovani Elon Musk italiani.