Altro che re magi, che pure da quelle parti, nella Terra Promessa, sono di casa, con i loro doni preziosi, ma concreti: oro, incenso e mirra. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno una messe di omaggi senza fine per i loro amici in Medio Oriente, l’Arabia saudita e Israele: armamenti a Riad per oltre centro miliardi di dollari; la rottura con l’Unesco; l’uscita dall’intesa sul nucleare con l’Iran; adesso l’inaugurazione dell’ambasciata degli Usa a Gerusalemme – la decisione risale a dicembre.

Le lobbies saudita e israeliana a Washington possono essere soddisfatte: quasi non passa mese senza che l’Amministrazione del magnate non faccia loro cosa gradita. Una pacchia, senza manco dovere dare pegni in campo, ché pace e sicurezza altrui non sono valori pregiati a casa Trump.
Col trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme e il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, Trump porta avanti una politica mediorientale che non segue la cometa, ma ha una doppia stella polare autoreferenziale: mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, per quanto contrarie agli interessi della sicurezza dell’America e della pace possano essere, e smantellare qualsiasi lascito del suo predecessore Barack Obama.

Il tutto trattando la politica estera alla stregua di un affare di famiglia: a rappresentare gli Stati Uniti all’inaugurazione odierna, non c’è il segretario di Stato o il vice-presidente, ma la figlia del magnate Ivanka e il consigliere personale per il Medio Oriente Jared Kushner, che è poi il genero, il marito d’Ivanka: il premier israeliano Benjamin Netanyahu li ha accolti lodando la decisione “storica e coraggiosa” del papà e suocero.

Con Ivanka e Jared, c’erano il segretario al Tesoro Steve Mnuchin, il vice-segretario di Stato John Sullivan e una dozzina di esponenti del congresso, ma nessuno faceva loro caso. Non a caso, l’inaugurazione coincide con l’anniversario della riunificazione di Gerusalemme sotto controllo israeliano, nella guerra del 1967, e con il ricordo, da parte dei palestinesi, della Nakba,  la ‘catastrofe’ della nascita di Israele.

 

A colpire, nelle cronache di giornata, non sono soltanto gli scontri e le proteste al confine tra Israele e la Striscia di Gaza e in Cisgiordania, oltre che in tutto il mondo arabo e musulmano, ché quelle erano scontate, anche se 37 morti e 1600 feriti – bilancio parziale e fatalmente destinato a salire nelle prossime ore – sono un costo elevatissimo, per uno sfizio senza alcun impatto positivo.

A colpire è anche la coralità delle espressioni di dissenso e di riserva: la Turchia, Paese della Nato, denuncia una violazione del diritto internazionale; l’Iran percepisce un innalzamento della tensione; il Giappone esprime timori per l’impatto del gesto; la Lega araba chiede al Mondo d’intervenire; e al Qaida ritrova voce per chiamare i musulmani alla Jihad.

Il presidente twitta: “Un grande giorno per Israele”. Ma l’Unione europea non condivide la mossa, che numerosi diplomatici giudicano “non utile, né necessaria”, alla stregua dell’uscita dall’accordo sul nucleare con l’Iran, ed anzi foriera di rischi e incidenti. Anche se poi, nella lista di 33 Paesi che hanno accettato l’invito alla cerimonia inaugurale, diffusa dal ministero degli Esteri israeliano, se ne trovano quattro (su 28) dell’Ue: Ungheria, Rep. Ceca, Austria e Romania. Gli inviti all’evento sono stati circa 800: 86 erano per i diplomatici, 33 hanno accettato.
La linea dell’Ue, ribadita a più riprese, è che una soluzione alla questione palestinese è la creazione di due Stati, Israele e la Palestina, che vivano in pace fra di loro e ciascuno al sicuro all’interno delle proprie frontiere, condividendo Gerusalemme come Capitale: una linea non compatibile, quindi, con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e basta.
Gli scricchiolii europei su Gerusalemme capitale sono di pessimo auspicio per la tenuta europea sull’Iran e sul mantenimento dell’intesa sul nucleare con Teheran. Ma almeno i Grandi dell’Ue paiono avere tutti compreso che Trump non presta ascolto e non fa patti: tra Ue e Usa, è il tempo del confronto, senza blandizie.