Parte da Norrköping, una cittadina nella Svezia centro orientale, l’inchiesta antiterrorismo che ha portato all’arresto di quattordici uomini, dodici siriani e due marocchini, tra Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Sardegna, accusati di far arrivare soldi e aiuti ai qaedisti di Al Nusra in Siria. Gli investigatori di Polizia e Guardia di finanza, su ordine del gip di Brescia, hanno individuato le due cellule che finanziavano i terroristi che si oppongono  ai governativi di Assad. Trenta gli indagati nell’inchiesta coordinata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Per gli inquirenti con i soldi ricavati dall’immigrazione clandestina della rotta balcanica si finanziavano i jihadisti attivi soprattutto nella provincia di Idlib (bombardata l’ultima volta cinque giorni fa dai caccia russi) e sul confine libanese.

Dalla Svezia alla Siria, passando per il resto d’Europa
A capo dell’orgnizzazione c’era Anwar Daadoue, alias Abou Murad, che nonostante risultasse povero e beneficiario  di un sussidio, gestiva, parole sue, “un ufficio che lavora su tutta l’Unione Europea”: per esempio Austria, Norvegia, Spagna, Ucraina e Finlandia. Ora si trova in carcere nel paese scandinavo con l’accusa di riciclaggio e finanziamento di attività con finalità di terrorismo. La doppia indagine italiana, condotta dalle procure di Cagliari e di Brescia, ha individuato chi erano gli uomini in contatto con lui. È così che è spuntato il (ben noto agli uomini dell’Antiterrorismo) meccanismo della “hawala” e l’intricata rete di scambi di denaro: flussi di soldi ma anche di oggetti d’oro che in parte finivano lì dove si combatte una guerra civile dal marzo del 2011. Oltre all’Italia e la Svezia, i paesi coivolti dal meccanismo sono l’Ungheria e la Turchia. E prorio in Turchia che Daadoue aveva in Chdid Subhi, detto Abou Alì un braccio destro, a sua volta affiancato dal fratello Hamoud Chdid e Abdulrahman Abou Daher. 

Il foreign fighter e l’agente sotto copertura
L’indagine ha potuto contare anche su un’operazione speciale “sotto copertura”, in collaborazione con i Servizi di Sicurezza nazionali (Aisi). Un agente infiltrato ha conquistato la fiducia di Ayoub Chaddad, considerato un uomo di punta dell’organizzazione, e arrestato a Bologna. Giorno dopo giorno l’agente ha ottenuto notizie relative al suo ruolo di deputato, la raccolta del denaro e la sua ”movimentazione’” dei soldi, ma ha anche scoperto i suoi trascorsi di foreign fighter e i suoi collegamenti con combattenti attualmente impegnati nel conflitto siriano tra le schiere di fazioni islamiste antigovernative. Secondo gli inquirenti l’organizzazione è riuscita a movimentare oltre 2 milioni di euro. Da alcune conversazioni telefoniche intercettate, è apparsa anche chiara presenza di “uomini” dell’organizzazione nelle zone ”calde” della Siria. Gli investigatori hanno anche tracciato anche trasferimenti di denaro sull’asse Ungheria-Milano, da Hong Kong al capoluogo lombardo.

“Tutti sanno che andando a morire il kamikaze andrà in paradiso”
Chaddad, per sua stessa ammissione, ha combattutto quattro anni con Al Nusra: “Daesh (Isis, ndr) e Al Nusra stanno camminando in nome di Dio e stanno facendo le cose giuste… Chi si presta a fare il kamikaze deve amare la religione e non avere paura della morte. Egli è una persona diversa dalle altre, ma tutti sanno che andanso a morire andrà in Paradiso sulla strada giusta… comunque quello che vince la guerra è coluti che va a morire e non gli altri”.

“Questa operazione – ha sottolineato il ministro Marco Minniti – costituisce un altro importante tassello delle azioni di prevenzione e contrasto al terrorismo internazionale che si sono sviluppate in questi mesi nel nostro Paese. Quella di oggi è il risultato di un’attività investigativa a 360 gradi che ha consentito di svelare e neutralizzare strutture potenzialmente ostili”.