Eravamo di sinistra, ma un po’ di purezza per “150k” (150mila euro) si può anche perdere. Il Terzo Segreto di Satira fa ancora politicamente centro. Stavolta al cinema dove, dal 10 maggio 2018, vedremo Si muore tutti democristiani. Graffiante e spassosa satira sui luoghi comuni dell’idealità progressista italiana girata nella grigia Milano e ricamata attorno ad un quesito etico che investe i tre quarantenni protagonisti (Marco Ripoldi, Massimiliano Loizzi, Walter Leonardi), videomaker impegnati, di sinistra da quando sono fanciulli: accettare o meno l’offerta del presidente di una prestigiosa onlus, ovvero 150 mila euro per un documentario sulla povertà in Africa. Nulla di male, anzi siamo alla svolta della vita. Alla fine la qualità e la cultura fanno la differenza anche economicamente. Così il precariato lavorativo fatto di filmini per i matrimoni, lavori all’università a 200 euro al mese, fotografie per l’inaugurazione di un mobilificio, diventerà un vecchio ricordo. Ma nemmeno il tempo di assaporare la scalata sociale che il presidente della onlus finisce su tutti i giornali per uno scandalo finanziario.

Si muore tutti democristiani parte in quarta con almeno tre sequenze che portano sana autoironia nell’autocelebrativo universo culturale di totem della sinistra a cui siamo abituati: il classico documentario di qualità visto in una sala cinematografica vuota e con le solite domande reverenti di rito; la riunione con i sindacati e l’associazione partigiani per un video sul 25 aprile dove dovrebbe apparire una coppia gay con un bimbo in braccio; l’incontro tragicomico dal commercialista meneghino per parlare della trasformazione dell’associazione dei tre protagonisti in società (“mica vorrete andare al CAF?”). Un film polanskiano quello del Terzo segreto di satira perché l’angoscioso cappio del conformismo e della ripetizione di azioni e parole da arricchiti lumbard si stringe attorno ai tre come fosse un boa. Stefano, spiantato docente, con moglie incinta, apparentemente il più eticamente integro di tutti; Fabrizio, il bel pugliese trapiantato a Milano, sposato con la figlia di un ricco mobiliere che cena cambiando posate d’oro ad ogni portata; ed Enrico, ancora a dividere un appartamento con studenti e ospiti occasionali, nel passato una quasi presenza al G8 di Genova da cui è tornato bello abbronzato. 

Insomma i tre hanno un potenziale comicamente distruttivo, ma sanno anche far percepire emotivamente l’incubo umano e morale delle conseguenze dovute al tradimento degli ideali. La tentazione dei soldi facili, ma sporchi, per i tre ha qualcosa di estremamente neorealistico. Un po’ come l’indecisione finale di Lamberto Maggiorani di fronte al possibile furto in Ladri di biciclette. Così l’arma della satira, che da un lato acuisce il dilemma, ma allo stesso tempo sa anche astrarlo, qualcosa che non appariva da secoli nel cinema italiano di prima classe, rientra prepotentemente dalla porta produttiva principale (Rai Cinema e Beppe Caschetto). E non serve avere visto tutta la collezione di video pubblicati sul web dei Terzo Segreto di Satira (da Natale col PD al Berlusconiani anonimi) che dal 2011 ha registrato 12 milioni di visualizzazioni. Per far scricchiolare il sancta sanctorum dell’etica integra e intonsa progressista bastano un paio di momenti comici con al centro la dialettica dirompente tra tentazione del denaro e valore degli ideali. La sequenza in cui Stefano acquista a prezzo alto l’ombrello di marca, e non quello sgangherato venduto dal cingalese, spiega in 30 secondi tutto quello che Antonio Albanese non è riuscito a dire con l’intero Contromano sulla latente conflittualità dell’integrazione con lo straniero nelle grandi città. Ma anche il momento in cui Enrico sbotta, sostenendo di essere di sinistra solo perché ha “fatto il classico” e che se avesse “fatto l’Itis sarebbe fascista e taxista come il cugino”, dimostra come il cinema possa ironicamente raccontare i cambiamenti epocali del presente nell’arcipelago partitico sinistrorso italiano (vedi la recente querelle “scolastico-classista” con protagonista Michele Serra) con il semplice uso di un umorismo banalmente più coraggioso e diretto (Ugo Chiti alla sceneggiatura aiuta un bel po’).

“Tutto parte da uno spunto personale, in quanto, come i protagonisti del film, siamo una piccola “casa di produzione” che si occupa principalmente di satira politica e sociale. Nel tempo abbiamo ricevuto alcune proposte, vantaggiose dal punto di vista economico, ma non in linea con il nostro progetto. Lavori che hanno sempre portato discussioni e litigate interne”, spiega il collettivo per la prima volta alla regia di un film. “C’è una sensazione che avvertiamo tutti e cinque: con il passare del tempo accetti compromessi che in passato probabilmente non avresti accettato; e tutto questo avviene sotto traccia, in maniera non sempre visibile. La vera difficoltà sta, in un’Italia in crisi dal punto di vista economico ma non solo, nel mantenere un equilibrio tra coerenza e compromesso, cosa che non riesce ai protagonisti del nostro film e forse neanche a noi. La storia vuole anche essere metafora della sinistra italiana e della sua mutazione “renziana”.