Chiara Appendino è un’eroina dei nostri tempi. Nonostante governi una città, Torino, in un Paese, l’Italia, che in larga parte si dichiara contrario a estendere i diritti di cui godono i bambini nati in famiglie eterogenitoriali (“normali”) a quelli nati in famiglie omogenitoriali, nonostante sia stata stralciata quella parte della Legge Cirinnà che regolamentava la filiazione nelle unioni civili tra due persone dello stesso sesso (stepchild adoption), nonostante in Italia sia vietata la gestazione per altri (gpa) e la procreazione medicalmente assistita (pma) per le coppie omosessuali, la sindaca ha iscritto all’Anagrafe l’atto di nascita di un bimbo nato all’ospedale Sant’Anna di Torino, indicando nel registro di stato civile che non solo ha due mamme ma che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca.

Il gesto è di rilevanza epocale e di portata storica perché implica che l’Italia, con le sue leggi, è capace di ammettere che una coppia omosessuale possa concepire e mettere al mondo un figlio e assume questo come un atto conforme alla nostra legge nazionale (per i soliti haters qui sotto, “concepire” ha lo stesso significato che “progettare”, viene dal latino e significa “prendere con sé”: l’80% delle coppie che ricorre sia alla pma che alla gpa è eterosessuale; le coppie posso essere sterili per tanti motivi, non solamente perché omosessuali).

Altre questioni erano state aperte sulla trascrizioni di atti di nascita, ma il Comune di Torino fa un passo avanti di grande impatto politico, perché qui non si tratta di ammettere un atto già formato all’estero, ma di formare un atto di nascita con due mamme o due papà.

Fino a oggi, gli unici bambini figli di coppia omosessuale con due genitori entrambi dotati di patria potestà erano quei pochi (meno di venti) le cui famiglie si sono battute e hanno vinto la causa contro lo Stato nei tribunali, grazie a un pugno di grandi sentenze apripista della coraggiosa giudice Melita Cavallo. Da oggi, invece, i bambini nati dalle “famiglie arcobaleno” possono godere di una tutela piena già secondo le leggi vigenti. Stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione culturale, al solito in ritardo rispetto a tantissimi paesi nel mondo (in coda perfino al Sudafrica), ma pazienza: infatti, la Appendino supera del tutto perfino la stepchild adoption, che di fatto, anche se dovesse prima o poi essere votata anche in Italia, lascerebbe questi bambini privi di un genitore per anni, poiché dipende da una successiva scelta dei genitori, che deve essere sottoposta a un nuovo vaglio dei tribunali e che secondo alcune interpretazioni non dà neppure effetti pieni.

Le parole di questa donna coraggiosa e giusta sono chiarissime: “È ferma la volontà di dare pieno riconoscimento alle famiglie di mamme e di papà con le loro bambine e i loro bambini e da mesi stiamo cercando una soluzione compatibile con la normativa vigente: procederemo anche forzando la mano, con l’auspicio di aprire un dibattito nel Paese in tema di diritti quanto mai urgente”.

La consapevolezza di questa rivoluzione c’è, come pure l’assunzione della nostra Costituzione come faro e guida in ogni scelta politica (Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”), ma anche il dovere di rispondere all’ennesimo richiamo di Strasburgo e dell’Onu in materia di diritti Lgbt. Un senso di responsabilità politica davvero eccellente, una lucidità degna di attenzione in un momento in cui l’Italia manca del tutto di visioni che la aiutino a evolvere e rinascere dalle rovine nelle quali si è lasciata cadere.

Vorrei sottolineare infatti che, se è vero che un sindaco, quando agisce come ufficiale di stato civile, ha l’obbligo di farlo in conformità alla legge vigente, è anche vero che a volte i gesti di rottura vanno a stimolare la sensibilità dei legislatori e a farli sul fatto che non tutte le regole giuridiche sono ancora adeguate alla nostra società e alla nostra contemporaneità, tanto che a volte rischiano addirittura di ledere diritti fondamentali. Fu coraggioso nello stesso modo, 20 anni fa, il sindaco che celebrò in Francia il primo matrimonio tra due uomini.

Non solo. D’accordo con il giudice Marco Gattuso, faccio notare che la legge italiana di fatto già consente alle coppie dello stesso sesso di formare una famiglia legalmente riconosciuta, anche perché altrimenti non avrebbero vinto nei Tribunali tutte le famiglie arcobaleno che vi si sono appellate. Infatti, le unioni civili oggi significano che l’ordinamento accoglie una concezione plurale della famiglia, come riconosciuto pressoché unanimemente dalla dottrina e dalla giurisprudenza. Se è vero che è stata stralciata la stepchild adoption e che è vietata la pma e la gpa, è anche vero che la legge non vieta affatto alle coppie dello stesso sesso di avere bambini in ogni altro modo possibile, compreso il ricorso a pma e gpa all’estero (nel 2014 la Consulta ha chiarito l’incostituzionalità del divieto). Come dice Gattuso, l’applicazione della regola dell’art. 8 della legge 40 anche ai bambini arcobaleno è il frutto di una precisa evoluzione del sistema, avvenuta in passato soprattutto grazie alla nostra giurisprudenza e a quella della corte europea dei diritti umani, ed oggi sancita dalla legge Cirinnà.

Dunque, la Appendino non avrà bisogno di forzare la mano, perché è perfettamente in linea con la nostra legge nazionale, con la nostra Costituzione, e con i trattati internazionali che ci impongono di non discriminare le coppie sulla base dell’orientamento sessuale.