This is Able George One. Fire. Chissà quante volte si è ripetuto queste sei parole nella testa, il sergente americano Leon Weckstein, senza riuscire a pronunciarle, senza avere il coraggio di dare l’ordine alle batterie di cannoni e al cacciatorpediniere, già puntati dal mare, di fare fuoco, di raderla al suolo, quella torre pendente di Pisa, su cui forse si annidavano i nazisti che da giorni tengono in scacco il suo reggimento di fanteria, il 363, e riducono troppi suoi compagni a brandelli. I tedeschi conoscono gli spostamenti degli americani così nel dettaglio che non possono essere altro che lì, nel punto più alto della città.

Ha 23 anni, quel 22 luglio del 1944, Leon. Pelle bianca, occhi chiari, si sente un cowboy con in mano le sorti degli Stati Uniti, anzi, di più, si sente l’uomo più potente del mondo. “In quel momento il mondo era sulle mie spalle – ha raccontato il veterano in un’intervista, nel 2014 – Mi dicevo: ‘E’ una cosa grossa quella che devo fare, ma sapevo di poterlo fare, se era una cosa che poteva salvare tutti'”.

LEON WECKSTEIN INTERVIEW – “The man who saved the Leaning Tower” from nanof on Vimeo.

Leon è sdraiato dietro un tronco, all’ombra di un olivo, il viso camuffato da una bella dose di fango e le pulci e le zanzare che non gli danno pace, per non parlare del sudore del marconista che si è portato dietro, Charles King, un ragazzotto taciturno dell’Ohio, che deve comunicare via radio al Colonnello Woods, se solo ne intravedono uno, che sì, i maledetti nazisti sono proprio sulla Torre di Pisa, come sospettavano, e quindi può bombardare e al diavolo il galateo di guerra che vuole risparmiare le chiese. I tedeschi ne occupano una in ogni singola città, in ogni singolo paesino sperduto, ovunque.

This is Able George One. Fire. Continua a pensarlo, Leon, ma non lo dice. Abbandonato a 5 anni in un orfanotrofio di New York, Leon ci passa 6 anni, prima che qualche parente, dall’altra parte del Paese, dove l’Oceano ha un altro nome e Wall Street e il crollo del ‘29 sono lontani, si ricordi di lui e lo prenda con sé, a Los Angeles, dove Leon cresce in qualche modo, senza liberarsi mai da quel carattere asociale, regalino dell’orfanotrofio, che gli dà un po’ di problemi.

Quella mattina è partito prima dell’alba, accompagnato da una nebbiolina che sale dall’Arno, dopo essere stato svegliato in piena notte per ricevere l’incarico della vita, quella missione di cui sente tutto il peso. Con sé ha un telescopio, trovato in una casa abbandonata, qualche mese prima. Osserva per ore, una a una, le loggette, uno a uno, gli archi, uno a uno, i piani di quella torre famosa in tutto il mondo ma di cui lui non ha mai sentito parlare. Se ne frega se è tanto preziosa, non importa se è lì da secoli. Se i tedeschi sono in cima, lui, il sergente Leon Weckstein, la farà abbattere. “Sentivo che per salvare anche una sola vita americana avrei fatto qualunque cosa”.

Non sa se è il caffè nero forte che ha bevuto al campo prima di partire, accompagnato solo da una barretta di frutta, la magica razione K, o se invece è l’adrenalina, o la rabbia, costante e potente, per l’immagine delle budella dei suoi compagni che ha ancora negli occhi, o forse è il caldo di luglio che inizia a salire, man mano che il sole si alza; non sa per quale di queste ragioni, ma Leon, dopo tre ore che è fermo a osservare, inizia a vedere la torre oscillare. “Come un ammasso di gelatina”. Difficile vedere alcunché così, se si aggiunge pure che i suoi problemi di vista sono il motivo per cui la Marina americana lo ha scartato. “Mangia le carote e torna tra 6 mesi” gli avevano detto, infrangendo i suoi sogni. Dopo tre mesi di carote e disoccupazione, Leon si era arruolato nella Fanteria. “Loro prendevano tutti”.

“Dopo che hai visto le budella e il sangue dei tuoi compagni sparpagliate ovunque perdi qualunque tipo di sentimento. L’unica cosa che resta è l’odio. Almeno a me era rimasto solo odio”. L’odio, che gli mette sulla punta della lingua quella frase. This is Able George One. Fire. Dilla, gli suggerisce l’odio. La sta per dire, la vuole dire. Non la dice. Ancora un minuto. Ancora un altro. Ancora… Le parole si bloccano in gola. Lì, davanti al Campo dei Miracoli, dietro alla Torre, nel Camposanto che racchiude la rappresentazione della Genesi, lui avrebbe potuto mettere in scena il Giorno del Giudizio. Ma non riesce a parlare, come stregato da un incantesimo, da un miracolo. Il candore della Torre, quello del battistero, il più grande d’Italia, col suo tesoro invisibile, una eco interna che suona come un organo, hanno ghiacciato l’odio di Leon Weckstein. Gli hanno tolto la parola.

Improvvisamente una pioggia di schegge si abbatte su di lui e sul marconista. Da qualche parte i nazisti li hanno visti, stanno facendo fuoco. Leon batte in ritirata, si salverà, tornerà in California. Settantaquattro anni dopo, non sa se c’erano davvero o no, i nazisti lassù. Settantaquattro anni dopo, la Torre di Pisa è ancora lì. Bianca, misteriosa, pendente. Nel Campo dei Miracoli.

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