L’inversione a U che brucia decine di calendari e riporta tutti in mezzo alla Prima Repubblica è compiuta una volta per tutte. Dopo la legge elettorale proporzionale, dopo le maggioranze da cercare in Parlamento, dopo i giri di consultazione al ritmo di giostra, riecco perfino il “mandato esplorativo“, che riporta ai volti di Spadolini, Nilde Iotti, Pertini, addirittura di Marzagora. Il presidente Sergio Mattarella è costretto a prendere questa prima strada per mettere i partiti di fronte al risultato delle loro trattative: zero. Uno strumento – quello dell’esploratore – che ha fatto parte del bagaglio di molti suoi predecessori (da Giovanni Gronchi a Giorgio Napolitano), ma che il capo dello Stato ora usa in modo inedito, indicando – quasi con mappa alla mano – il margine d’azione all’incaricata, cioè verificare se ci sono possibilità di avviare davvero un dialogo tra i partiti del centrodestra e il Movimento Cinque Stelle. Tutti gli altri – è l’implicito – in questa fase sono esclusi dai giochi.

Il meccanismo dell’esploratore
Servirà sapere, intanto, che il mandato esplorativo non è previsto dalla Costituzione, ma per prassi viene affidato quando le consultazioni non danno indicazioni decisive a una figura istituzionale (quasi sempre uno dei presidenti delle Camere, più raramente un ministro o un parlamentare) per verificare se ci siano presupposti e possibili impulsi per risolvere una crisi o un’impasse. Un percorso diverso dal pre-incarico a partire dal fatto che “l’esploratore” non sarà necessariamente il presidente del Consiglio. Il primo esploratore fu Cesare Merzagora (Dc), che all’epoca era presidente del Senato e fu scelto dal capo dello Stato Giovanni Gronchi. Nella Prima Repubblica da prassi diventò quasi abitudine: mandati simili furono affidati negli anni tra gli altri a Giovanni Leone (che doveva agevolare il centrosinistra e invece nacque il governo Tambroni con i voti del Msi), Sandro Pertini (che rinunciò dopo 24 ore), Amintore Fanfani. La Casellati è la seconda donna a ricevere il mandato esplorativo: la prima fu Nilde Iotti che da presidente della Camera fu scelta da Francesco Cossiga. Andò male e alla fine toccò di nuovo a Fanfani che guidò il governo più breve della storia (11 giorni). Nella Seconda Repubblica è successo una volta sola, quando nel gennaio 2008 cadde il Prodi II per colpa dell’Udeur di Mastella e Napolitano spinse il presidente del Senato Franco Marini a verificare se c’erano ancora maggioranze possibili (non c’erano). Due casi singolari furono quelli di Antonio Maccanico (1996) che non era neanche parlamentare (alla fine si andò a elezioni) e della commissione di saggi nominata da Napolitano nel 2013 dopo il fallimento del pre-incarico di Pierluigi Bersani.

Il Quirinale e il rispetto della volontà popolare
Perché proprio la Casellati, dunque? Non solo per prassi, non solo perché sono stati quasi sempre i presidenti delle Camere gli incaricati delle “esplorazioni”. In questo caso c’è che, per cominciare, la presidente del Senato è stata eletta proprio dopo un accordo tra centrodestra e M5s: un seme di un’intelocuzione c’è già stato e la via è vedere se c’è bisogno di un’innaffiatura o se si è trattato davvero di un una tantum che non si ripeterà per il governo, come peraltro confermano da giorni i Cinquestelle. L’elezione della Casellati, per giunta, è stato il prodotto dell’intesa tra i due schieramenti che insieme rappresentano il 70 per cento dei voti: l’applicazione più chiara del rispetto della volontà popolare, un percorso che per il presidente della Repubblica non può che essere prioritario visto che a più riprese si è definito “garante dei cittadini“, quasi un “difensore civico” come spesso scrive il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda.

Mattarella e la formula “senza precedenti”
Non solo. Nella scelta, almeno in questo primo tentativo, Mattarella è stato aiutato anche dalle consultazioni visto che la Lega, nei due colloqui di queste settimane nello studio della Vetrata, ha già espresso il suo rifiuto a qualsiasi di ipotesi di una maggioranza con il Partito Democratico. Quindi visto che la presidente “esploratrice” è di centrodestra e visto che il centrodestra non esiste senza il Carroccio, la strada non poteva che essere segnata. Una formula senza precedenti, conferma il costituzionalista Francesco Clementi all’Ansa, ma coerente con i risultati delle elezioni, con le prime dinamiche in Parlamento, con quanto uscito dalle consultazioni.

La mossa per responsabilizzare i partiti vincitori
Ma il capo dello Stato non è solo un notaio che fotografa la situazione. Viceversa la scelta di Mattarella è un modo per far uscire allo scoperto posizioni e contraddizioni, dopo la lunghissima guerra di posizione di queste sei settimane. Il problema è tra Di Maio e Salvini e l’oggetto è Berlusconi (da una parte il veto del M5s, dall’altra la Lega che non rinuncia al resto della coalizione) e infatti tutt’e tre si rinfacciano che siamo arrivati a questo punto per colpa degli altri. Con il passaggio del mandato esplorativo, queste posizioni saranno “cristalizzate” una volta per tutte. E’ un modo per responsabilizzare i partiti usciti vincitori, per costringerli a scoprire le carte. Il discorso di un minuto e mezzo di venerdì, alla fine del secondo giro di consultazioni, aveva già illustrato: “Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro Paese di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni”. I giochini da campagna elettorale, i punti d’orgoglio, le fissazioni devono essere superate. M5s e centrodestra finora non erano mai riusciti neanche a tentare un invito per un faccia a faccia. Ecco: ora è Mattarella a costringerli a guardarsi negli occhi, almeno per interposta persona, cioè la Casellati. “E’ come se Mattarella dicesse che il cittadino rimane arbitro – riflette il giurista Clementi – e i soggetti che hanno avuto più consenso devono essere messi fino in fondo di fronte alle proprie responsabilità”.

Nel frattempo, in questa operazione lenta e laboriosa di scongelamento delle posizioni, il capo di Stato concede altro tempo ai partiti vincitori e toglie pian piano dal tavolo almeno l’alibi che aleggia delle Regionali del Molise, da una parte elevate (incredibilmente) a crinale della storia da tutti i leader e dall’altra un accelerante del linguaggio da propaganda. “E’ chiaro – dice ancora Clementi – che Mattarella non vuole perdere tempo né vuole che i cittadini italiani, che hanno votato 45 giorni fa, abbiano la sensazione di un Paese senza governo. Inoltre vuole evitare che si mescolino istanze politiche legate al governo nazionale con istanze legate alle prossime regionali e amministrative”.

Se la Casellati fallirà
Qui il cerchio si chiude, ma un altro è pronto ad aprirsi da venerdì quando – come sembra già dopo poche ore – la presidente Casellati tornerà al Quirinale con l’esito delle sue consultazioni, cioè l’incomunicabilità tra Cinquestelle e centrodestra che poi in realtà è l’impossibilità di fare un governo con M5s e Forza Italia e in particolare Silvio Berlusconi.

Cosa può accadere venerdì? Le opzioni tornano tutte sul tavolo, ma ce ne sono un paio da indagare meglio perché entrambe rimetterebbero in gioco il Partito Democratico. La prima: un nuovo incarico alla Casellati e questa volta con un missione diversa, cioè cercare una maggioranza qualsiasi, non chiusa ai soli centrodestra e M5s, ma con il coinvolgimento del terzo partito per voti effettivi, il Pd. La seconda opzione: un mandato esplorativo a Roberto Fico, il presidente della Camera, eletto come la Casellati per effetto di un’intesa tra M5s e centrodestra, ma con la capacità di dialogare con il Pd. Il mandato esplorativo non è sinonimo di incarico: Fico potrebbe agevolare l’avvicinamento tra M5s e Pd che poi dovrebbero accordarsi su una personalità alla guida dell’esecutivo.

I Cinquestelle vedono questa ipotesi con disagio, perché continuano sulla loro linea Maginot: il presidente del Consiglio non può non essere Di Maio. Lui, il capo del M5s, lo ripete da giorni, l’ultima volta ieri in Molise: “Non comprendo il discorso secondo cui un soggetto terzo, che ha preso zero voti possa diventare premier mentre Di Maio che ha preso 11 milioni di voti dovrebbe fare un passo indietro“. Dopo Berlusconi, rischia di essere questo l’ostacolo più alto nel cammino del capo dello Stato per accompagnare i partiti a un accordo.

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