Può l’incontro con l’altro, con il diverso per cultura e religione, diventare un modo per curare problematiche psichiche? È il nuovo approccio che Alfredo Ancora, psichiatra e psicoterapeuta che da anni si occupa di transculturalità con il suo lavoro nei servizi psichiatrici territoriali di Roma e l’Università di Siena, ha provato sperimentando una psicoterapia di gruppo che mette insieme pazienti italiani e stranieri con vissuti differenti per trovare, attraverso le dinamiche di relazione, una cura. I risultati di questo metodo innovativo sono illustrati nel suo libro “Verso una cultura dell’incontro” pubblicato da Franco Angeli, che vuole essere anche una specie di guida per gli operatori che sempre più spesso si trovano a contatto con persone straniere, migranti, richiedenti asilo o rifugiati bisognosi di aiuto. “Abbiamo sempre fatto terapia con gruppi omogenei di persone – spiega il professore a ilfattoquotidiano.it – ma la sofferenza e il dolore sono universali. Unendo stranieri e italiani abbiamo trasformato l’esperienza di gruppo in un’esperienza di vita in cui ognuno lascia qualcosa e allo stesso tempo riceve qualcosa dall’altro. È un arricchimento per tutti”.

L’idea per mettere a punto questa nuova metodologia è nata dalla constatazione dei limiti oggettivi che, con l’aumento delle persone straniere dopo le ondate di migrazione degli ultimi anni, i servizi sanitari pubblici presentano nel rispondere ai bisogni crescenti di assistenza. “Le richieste sono sempre maggiori – continua il professor Ancora – ma non è possibile rispondere spesso a richieste solo individuali. La terapia di gruppo, che similmente era stata utilizzata in Inghilterra nel dopoguerra per lo stesso motivo, è un tentativo di dare risposte alle molte domande che altrimenti non potrebbero essere accolte”. Nel nuovo millennio però i pazienti sono cambiati: non più solo italiani, ma originari di Paesi lontani, spesso arrivati in Italia con storie complicate e tormentate, con famiglie divise e legami spezzati. Di qui la scelta di creare una dimensione di gruppo eterogenea, che riproponesse in piccolo il mondo nella sua composizione di differenti culture, razze e religioni. Si è così arrivati alla psicoterapia transculturale, che ha l’obiettivo di realizzare un incontro di conoscenza, in cui vengono abbattuti pregiudizi e categorizzazioni che inquadrano lo straniero come migrante o come diverso. “Le persone sono persone e vanno viste come tali. La sofferenza e la cura sono uguali per tutti, stranieri e italiani – spiega Alfredo Ancora – Così anche lo straniero nel gruppo viene percepito non più come straniero, ma come un individuo con un suo bagaglio di vita, un vissuto con traumi e dolori.”

Dopo un anno e mezzo di sperimentazione, il professor Ancora e il suo team hanno visto i benefici dell’approccio sui pazienti. “Nel gruppo ci si scontra e ci si incontra. Individui diversi fra loro devono imparare a conoscersi e a comunicare, superando le difficoltà e le differenze. Alla fine l’incontro terapeutico diventa un incontro culturale e quello che prevale sono la comunione e la solidarietà tra persone sofferenti”. Il gruppo fa emergere le peculiarità e le credenze di ognuno, le mette magari in contrasto, ma allo stesso tempo protegge e difende i suoi membri. “In questo modo – aggiunge Ancora – si creano le basi del rispetto per l’altro, perché ognuno ha la propria dignità qualunque sia la sua origine”. Nel gruppo-laboratorio si azzerano i confini tra culture e si appianano le intolleranze e le diffidenze reciproche, come quella degli italiani verso gli stranieri, o quelle di persone di una certa religione verso altre con credo diversi. E intanto, si curano insieme disturbi psicotici, choc culturali, problematiche distorsive dovute a motivi religiosi, traumi legati a esperienze di guerra o di abbandono, o problemi di adattamento. “Una volta un uomo che non riusciva a liberarsi del trauma della guerra, arrivò e si mise a piangere mentre ascoltava gli altri. Poi se ne andò via senza dire una parola. – racconta Ancora – Gli altri membri si chiesero come comportarsi, ma alla fine lo lasciarono andare. Nell’incontro successivo quell’uomo tornò e ringraziò gli altri per non avergli chiesto nulla. Disse che era la prima volta dopo tanti anni che riusciva a piangere. Finalmente si era sciolto, grazie al gruppo.”