Lo ha scritto al termine del suo tweet sugli attacchi della nottata in Siria. E subito siti e social media si sono scatenati sull’espressione utilizzata da Donald Trump, rievocando “la maledizione della ‘missione compiuta‘”. Furono quelle due parole – Mission accomplished – stampate a caratteri cubitali su uno striscione appeso sulla portaerei americana Abraham Lincoln il primo maggio del 2003 a costare grave imbarazzo, e una copertina del Time, a George W. Bush, che anni dopo si scusò per l’infelice scelta.

A sole sei settimane dall’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, l’allora presidente americano tenne un discorso alle truppe che è passato alla storia proprio con il famigerato titolo di ‘Missione compiuta’ ed è divenuto il simbolo della sua scarsa lucidità bellica. “Le principali operazioni di guerra in Iraq si sono concluse“, annunciò trionfante Bush, senza neanche lontanamente immaginare che da lì in poi il conflitto sarebbe stato un lungo bagno di sangue per le forze americane.

“Lo striscione aveva l’obiettivo di tirare su il morale alle truppe”, dichiarò due mesi dopo aver passato il testimone a Barack Obama, confessando di essere pentito per aver usato certe parole. Ma la maledizione della ‘missione compiuta’ ha colpito poi anche il suo successore. Era il 27 maggio del 2014 e dal giardino delle Rose della Casa Bianca, Obama dichiarò solennemente che in Afghanistan era “mission accomplished”, assicurando il ritiro di tutte le truppe americane dal paese entro il 2016. Le operazioni dell’esercito sono ancora in corso.

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