Un raid aereo ha colpito la base militare di Tayfur, vicino Homs, in Siria, causando la morte di almeno 12 militari. Secondo il ministero della Difesa di Mosca a compiere l’attacco sono stati due F-15 dell’Aeronautica israeliana, che hanno bombardato l’obiettivo con otto missili dal Libano, senza violare lo spazio aereo siriano, distruggendo cinque missili guidati. Secondo quanto riferisce la Nbc citando due dirigenti americani, gli Stati Uniti erano stati informati in anticipo da Israele di un suo attacco ad una base aerea siriana. Le autorità di Teheran hanno reso noto che nel bombardamento sono rimasti uccisi 4 consiglieri militari iraniani.

Da Mosca arriva un caveat a Washington, storico alleato di Israele e mai come in questo periodo vicino a Gerusalemme: il raid è uno sviluppo “pericoloso” della situazione sul campo e “spero che gli Stati Uniti lo comprendano”, ha detto il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. La situazione in Siria, aggiunto, sta diventando “fin troppo pericolosa” poiché compaiono sulla scena “attori che nessuno ha invitato e anzi si sono autoinvitati”. “Lo sapete – ha proseguito Lavrov – abbiamo degli obblighi nei confronti della Siria e i nostri militari hanno già espresso i loro commenti”. Obblighi basati sul “nostro accordo concluso con il legittimo governo della Repubblica araba siriana su richiesta di questo governo, che è, per inciso, uno Stato membro dell’Onu”.

Il capo della diplomazia russa è quindi tornato sul bombardamento chimico avvenuto venerdì sulla città di Douma, nella Ghouta orientale, che ha causato la morte di almeno 70 persone: si tratta di “una provocazione” per incolpare Damasco “di uso di armi chimiche”, ha detto Lavrov, secondo cui gli esperti militari russi non hanno trovato “tracce di cloro o di altre sostanze chimiche usate contro i civili” sul luogo dell’attacco e “gli Usa stanno compiendo passi per non lasciare la Siria e anzi restare a lungo”. Nonostante gli annunci di Donald Trump riguardo l’imminente ritiro di 2mila soldati.

La prima risposta degli Stati Uniti è arrivata da James Mattis: “Non escludo nulla ora”, ha detto il capo del Pentagono rispondendo ad una domanda sull’ipotesi di un’azione militare contro Damasco dopo il presunto attacco chimico. Nel pomeriggio è stato il presidente deglin Stati Uniti a far sentire la propria voce: “Prenderemo qualche decisione importante nelle prossime 24-48 ore. Non escludo alcuna opzione“, ha detto Donald Trump presiedendo una riunione di governo alla Casa Bianca durante la quale ha definito “odioso” l’attacco contro i civili di Douma e ha fatto riferimento a un incontro con il leader nordcoreano, Kim Jong-un, “a maggio oppure all’inizio di giugno”. Alla domanda se Vladimir Putin abbia qualche responsabilità per l’attacco, il presidente Usa ha risposto: “Potrebbe, sì, potrebbe. E se ce l’ha, sarà molto dura, molto dura”. “Tutti pagheranno un prezzo. Lui, tutti”, ha aggiunto.

Sui fatti di Douma il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione di emergenza sulla Siria alle 15 locali, le 21 italiane. Inizialmente erano state programmate due riunioni ‘rivali’, una chiesta dagli Stati Uniti insieme ad altri otto paesi membri – Francia, Gran Bretagna, Kuwait, Svezia, Polonia, Peru, Olanda e Costa d’Avorio – e una chiesta dalla Russia. Lo conferma la missione del Perù al Palazzo di Vetro, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza per il mese di aprile. E’ atteso un nuovo duro braccio di ferro tra Washington e Mosca.

Intanto l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha fatto sapere di aver “condotto un’analisi preliminare delle notizie sul presunto uso di armi chimiche, subito dopo che sono state diffuse”, e ulteriori informazioni sono state raccolte “per stabilire se sia stato usato” questo tipo di armi, ha dichiarato il direttore generale dell’organizzazione, Ahmet Uzumcu.