“Il papello non esiste”, “Questo processo è nullo”, “Anche da morto Totò Riina tocca fare da parafulmine”. Messe in fila le parole dell’arringa del difensore di boss di Corleone, morto il 17 novembre scorso prima della requisitoria, disegnano uno scenario opposto a quello dei pm di Palermo che in più udienze ha chiesto la condanna dei principali imputati. Luca Cianferoni, che difende anche il boss Leoluca Bagarella, non avrebbe potuto però fare l’arringa post mortem sulla posizione di Riina né chiedere l’assoluzione, come ha fatto per entrambi i capi mafia, perché essendo morto è estinto anche il reato. Teoricamente un giudice può pronunciare assoluzione quando risulta evidente la prova dell’innocenza, ma certo non si prosegue il processo: il giudice o i giudici pronunciano immediatamente l’articolo 129 (obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità, ndr) salvo che non risulti già evidente la prova dell’innocenza.

Il legale ha chiesto la nullità del processo per “effetto della nullità dell’udienza del 28 ottobre 2014” quando venne esaminato al Quirinale l’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano. “Esaminate le carte – ha sostenuto l’avvocato toscano – questa Corte ha tutto il materiale per mandare le carte a Caltanissetta e ricominciare il processo da capo” perché, a suo avviso, sarebbe la continuazione del processo per la strage di Capaci. “Il discorso dell’omicidio Lima non sta in cielo né in terra”. Secondo l’accusa questo processo “riguarda i rapporti indebiti fra Cosa nostra e alcuni esponenti delle istituzioni”. Nel 1992, con il delitto dell’eurodeputato Salvo Lima e poi le stragi, i mafiosi “volevano vendicarsi, ma anche inviare un messaggio di ricatto al governo e alle istituzioni, Cosa nostra cercava la mediazione”. Il pm Roberto Tartaglia nella requisitoria aveva citato le parole del capo di Cosa nostra Totò Riina intercettate in carcere qualche anno fa: “Io al governo gli devo vendere i morti”. E poi aveva spiegato perché in questo processo sono sotto processo non solo i mafiosi (Riina, Brusca, Bagarella), ma anche appunto alcuni esponenti delle istituzioni: l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e gli ufficiali del Ros, i generali Antonio Subranni, Mario Mori, e il colonnello Giuseppe De Donno.

Per il legale l’arresto del boss Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993 a Palermo, dopo una latitanza ventennale, “è un arresto vero, di un latitante che non ha fatto accordi con nessuno. L’arresto di Riina è uno degli episodi meno oscuri della storia“, dice ancora. Invece, secondo la Procura di Palermo, “l’arresto di Riina fu frutto di un compromesso vergognoso che certamente era noto ad alcuni ufficiali del Ros come Mori e de Donno, fu frutto di un progetto tenuto nascosto a quegli esponenti delle istituzioni e quei magistrati che credevano invece nella fermezza dell’azione dello Stato contro Cosa nostra”, come dissero durante la requisitoria. La cattura del boss corleonese Totò Riina, per la Procura di Palermo, è uno snodo della seconda fase della trattativa tra parte delle istituzioni e la mafia. Nella requisitoria i pubblici ministeri Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, ripercorrendo l’arresto del padrino, affermarono che Riina venne “consegnato” ai carabinieri dall’ala di Cosa nostra vicina a Bernardo Provenzano.

L’avvocato Cianferoni sostiene anche che sia “una boiata pazzesca dire che Totò Riina ha fatto accordi con il generale Mori. Finiamola con questi accordi con Riina – dice Cianferoni – e cercate chi ha armato la mano per uccidere il giudice Paolo Borsellino”. “La Procura di Palermo non è caduta sul processo trattativa ma è caduta da quando ha ipotizzato l’inchiesta sui Sistemi criminali. Gelli, Delle Chiaie, etc., la Procura ha portato avanti fino a oggi una ipotesi fatta per autoalimentarsi, e il giudice non può consentire tutto questo. Anche da morto tocca fare a Riina da parafulmine”. Cianferoni parla, in particolare, dell’udienza del processo in cui la corte d’Assise si trasferì al Quirinale per sentire, come tese, l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano. E ricorda che “gli imputati non sono stati fatti accedere al contraddittorio di quella udienza” ma “nessuno dei colleghi difensori ne ha parlato durante le arringhe”.

Totò Riina, dice anche Cianferoni, “non avrebbe mai fatto un accordo con chi indossa la divisa, questa è una tesi assurda. C’è del marcio nel nostro paese, che vive sui ricatti – dice ancora Cianferoni – Si è costituto un assurdo, cioè che Riina si sia fatto arrestare.È assurdo, per chi ha conosciuto Riina, immaginare che si sia fatto arrestare. Né avrebbe mai fatto patti con chi indossa la divisa. Dimostreremo che è assurdo”. Ma non solo per Cianferoni il processo “è il frutto della faida tra i Servizi segreti di Sinistra e di Destra. Da un lato Gianni De Gennaro e dall’altro Mario Mori” e “il papello non esiste”. “Nell’ultima clausola – dice ancora Cianferoni – si chiede di togliere le tasse sulla benzina, come in Svizzera. Questa clausola l’ho sempre interpretata come la firma dell’agente segreto che ha scritto questo foglio. Queste cose servono per catturare Riina e non per trattarci – conclude – il problema è arrestare il mio cliente e non farci accordi”.

Cianferoni ha parole dure anche nei confronti del gup che dispose il rinvio a giudizio, oggi componente togato del Csm, Piergiorgio Morosini: “Mi chiedo perché una persona preparata come Morosini dispose il giudizio fece 50 pagine. Me lo chiedo perché non posso pensare che non sa come si fa un decreto, perché ha fatto questo? Ecco la mia inquietudine. Qui, la partita qual è? Mi chiedo da cinque anni perché un giudice bravo come Morosini ha fatto questo? Cosa c’è dietro? Non accetto che ci sia solo politica”. E aggiunge: “Non si fa così un decreto di giudizio”.