Basta scrocconi. La morsa di Spotify si stringe attorno ai furbini delle app non ufficiali. In vista della prossima quotazione al New York Stock Exchang, l’azienda svedese di musica e video in streaming prova a mettere le cose a posto. Già, perché tra gli oltre 159 milioni di abbonati solo 71 milioni sono i cosiddetti abbonati Premium, quindi a pagamento. Tra i rimanenti 88 milioni, quelli che utilizzano il servizio gratuito, e che quindi si ritrovano durante l’ascolto dei brani le interruzioni pubblicitarie, la modalità shuffle, pochi “skip” a disposizione tra i pezzi e la qualità dell’ascolto a 160 kbps, invece c’è qualcosa che non va.

L’obiettivo strategico che vuole l’utente free passare alla modalità Premium non scatta automaticamente per la maggior parte di loro dopo un determinato periodo di prova, proprio come preventivato dai business plan aziendali sul lungo periodo. Chi vive di “privazioni” con il servizio free sembra stare bene lo stesso. Comportamento che dai piani alti di Spotify ha creato definitivamente dei sospetti. Spotify, infatti, si può hackerare da tempo e con facilità in mille modi. Proprio come spiega torrentfreak.com: “tutto quello che l’utente deve fare è iscriversi all’account Spotify gratuito, scaricare uno dei tanti file di installazione Spotify “hackerati”, inserire il nome utente e la password e divertirsi”. Solo che se fino ad ora l’azienda non è mai intervenuta, da qualche giorno pare essersi scatenata alla ricerca degli usurpatori di account free hackerati.

Abbiamo rilevato attività anomale sulla app che stai utilizzando, quindi l’abbiamo disabilitata. Non preoccuparti: il tuo account Spotify è sicuro”, si legge online in una delle tante mail arrivate agli utenti Spotify apparentemente taroccati. “Per accedere al tuo account Spotify è sufficiente disinstallare qualsiasi versione non autorizzata o modificata di Spotify e scaricare e installare l’app Spotify dal Google Play Store ufficiale”. Insomma il sito web che non più di tre anni fa veniva criticato da Thom Yorke (“l’ultima disperata scorreggia di un cadavere morente”) ora vuole fare piazza pulita dei (milioni) di furbetti. La reazione piuttosto decisa di Spotify ha però avuto un certo effetto nei forum degli utenti a dimostrazione che l’approccio soft ma comunque deciso dello stanare i malandrini sta funzionando. Meglio comunque “non rubare in casa dei ladri”, direbbe qualcuno. Infatti uno dei principali ingegneri dello sviluppo del software di Spotify è stato Ludvig Strigeus, il creatore di uTorrent. Dettaglio che vorrebbe anche dire che dalle parti di Stoccolma di file-sharing se ne intendono parecchio.