A volte per capire le cose bisogna prendere le distanze: “Quando sono partita avevo un’idea negativa dell’Italia, ma dopo sei anni all’estero ho realizzato che abbiamo un potenziale che nessun altro paese ha”. A raccontarsi da Edimburgo è Samanta Mariani, nata 36 anni fa ad Aquino, in provincia di Frosinone, una laurea in Biotecnologie Mediche all’Università di Modena e Reggio Emilia e un dottorato al San Raffaele di Milano. “A quel punto avevo voglia di andare all’estero, così ho scelto Philadelphia per fare il post doc, focalizzando le mie indagini sulla leucemia, racconta –. Credevo che quella sarebbe stata la mia unica esperienza fuori, invece in Italia non sono più tornata”. Al termine della borsa di studio, però, ha deciso di rientrare in Europa: “Sono stati tre anni bellissimi, ma ben presto mi sono resa conto che negli Stati Uniti il sistema sociale non è molto forte e spesso ti senti abbandonato a te stesso”, sottolinea.

Edimburgo è stata la meta prescelta: “L’università è tra le migliori d’Europa e qui sono anche riuscita a dare una svolta alla mia ricerca”, spiega. Infatti Samanta è passata dallo studio della malattia a quello delle cellule staminali: “Quasi tutti i pazienti affetti da leucemie a un certo punto sono costretti a ricorrere al trapianto di midollo, con tutti i problemi che comporta, dalla possibilità di rigetto alla mancanza di donatori. Il mio obiettivo è quello di partire dalle cellule sane del paziente per poi reimpiantarle. In questo modo l’operazione non sarebbe più necessaria”.

Vivere all’estero le ha permesso di ampliare i suoi orizzonti: “In Italia l’ambiente accademico è più ristretto, meno internazionale. Qui invece mi metto continuamente a confronto con culture diverse dalla mia e questo mi è di grande aiuto anche in laboratorio, perché mi permette di analizzare variabili diverse”. Anche il suo approccio alla vita è radicalmente cambiato: “Per me si sono accorciate le distanze, non ho problemi se devo prendere due aerei nel giro di poche ore solo per partecipare a una conferenza”, sottolinea.

Ma in questi anni di lontananza da casa Samanta ha capito soprattutto l’importanza di fare rete: “Quando vivevo ancora a Philadelphia ho conosciuto Chiara Bertolaso, specializzanda in pediatria, con cui abbiamo sviluppato l’idea di Tempesta di Cervelli, una rete che oggi coinvolge alcune tra le più importanti associazioni di ricercatori italiane”. Il loro è un lavoro di gruppo, che “si pone come una piattaforma di dialogo e che ha come obiettivo quello di collaborare per portare avanti progetti di ricerca sempre più importanti”.

Una vita piena e soddisfacente la sua, ma a volte il pensiero vola all’Italia: “Dal punto di vista sociale e umano mi piacerebbe molto tornare, anche se mi rendo conto che ad oggi non ci sono le possibilità. Da noi il ricercatore non è considerato un lavoratore e non ha abbastanza garanzie per costruire un futuro solido, che si tratti della maternità o delle ferie regolamentate. Qui non hanno problemi a concederti il mutuo anche se hai un contratto di tre anni – aggiunge -, sanno perfettamente che il mondo accademico funziona così”.

Così facendo l’Italia rischia di perdere lungo la strada molte eccellenze: “In questi sei anni ho conosciuto tantissimi italiani e mi sono resa conto che il nostro livello di preparazione è altissimo, ma purtroppo il nostro Paese fa ancora troppo poco per incentivare i ricercatori a restare”.

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