3.500.000.000.000.000. Tremilacinquecento milioni di miliardi. Di sacchetti di plastica. Meglio, di quote della tassa da 2 centesimi su quelli per le verdure. Se lo studio di Bank of America sulle misure necessarie a parare la catastrofe globale del cambiamento climatico è corretto queste sono le dimensioni del problema. Per evitare che il termometro vada fuori scala, da 4 a 12 gradi in più, alla fine della vita dei miei figli, occorre intervenire subito e in maniera massiccia. Quella cifra all’inizio corrisponde ai settantamila miliardi di dollari che serviranno da qui al 2040 per realizzare la transizione ad un mondo sostenibile.

Il problema dei sacchetti è quindi, se credete agli scienziati, risibile. Facendo rapide divisioni il costo per ripulire il pianeta vale circa 10mila dollari per essere umano attualmente in circolazione. O, se preferite, una cinquantina di annate del Pil del nostro paese, o più o meno un anno intero del Pil mondiale. E’ ovvio che i due centesimi sono assai meno del proverbiale ditale per svuotare il mare. Ma non devono essere presi sottogamba perché ci interrogano su una cosa fondamentale. Questi soldi chi li deve tirare fuori? La soluzione sacchetto dice in maniera esplicita voi, noi. I consumatori finali. Prima indotti, inconsapevolmente, a portare il pianeta sull’orlo della distruzione, fin da quando Bramieri ci canticchiava “ma signora guardi ben che sia fatto di Moplen”, e adesso chiamati a pagare le pulizie. Chi questo modello di sviluppo, come si diceva una volta, ha voluto e su cui ha costruito immense fortune, niente. La vecchia regola del chi rompe paga non vale.

Qualcuno ha fatto davvero il conto del costo che gli abitanti del pianeta dovranno pagare per il dieselgate, cioè solo per la parte truffaldina del sistema ecologico-economico di questi ultimi anni. Sarà compensato dalle multe? Possiamo dubitarne sulla scia della vicenda amianto? Perché, sapete, l’allarme non è di oggi.

Tanto per dire il primo sulla famosa isola di spazzatura plasticosa che galleggia nel Pacifico è della metà degli anni Ottanta. Praticamente coevo della scoperta del buco nell’ozono. Ma, siccome combattere i gas CFC non era tanto costoso per il sistema, il buco ormai è quasi chiuso. L’isola di plastica, invece, potrà tra breve essere utile come zattera per le popolazioni costiere. Ma anche a non voler essere “punitivi” nei confronti dei produttori, perché sappiamo, “comprendiamo”, che è più facile fare pagare poco a mille che tanto a uno, non sarebbero quei 70mila miliardi di investimenti un momento d’oro per il ritorno dello Stato imprenditore di cui parla Marianna Mazzuccato e di una economia non basata solo sui profitti di pochi ma sugli interessi generali?

Perché, sia chiaro, i 34 miliardi di investimenti VW o gli 11 di Ford per le auto elettriche da qui al 2025, li pagherete tutti voi, a listino. Non sarebbe ora di un piano Marshall planetario, un patto, questo sì, a debito pubblico con le generazioni future (che altrimenti se la passeranno davvero male, se ci saranno)?