Un professore abusa di una minorenne, ma la colpa è tutta di Facebook, delle chat, di Whatsapp, delle “zone grigie dove l’apparente amicizia può trasformarsi in qualcosa di torbido e pericoloso”, scriveva ieri Marco Lodoli sull’edizione romana di La Repubblica. Via dalle chat. Via dai “luoghi” che usano i nostri studenti per dialogare. Ancora Lodoli: “Oggi purtroppo alcuni insegnanti credono di essere più moderni, più simpatici, più vicini ai loro studenti scambiando l’amicizia si Facebook e commenti e chiacchiere su qualche chat. Ci si invia reciprocamente fotografie di cene, viaggi, feste, si scherza, si ride insieme fuori dal recinto della scuola, come se si facesse parte della stessa comitiva da bar. E così i rapporti rischiano di intorbidarsi, il rispetto si trasforma in una relazione scivolosa, e chi nasconde pensieri sudici può insinuarli in apprezzamenti ambigui”.

Anche in Tv dove ho partecipato a qualche dibattito sul tema la stessa storia: i maestri, i professori devono stare lontani dalle chat con gli studenti. Mi sembra che ancora una volta stiamo guardando al dito che punta alla luna. In queste ore ho provato a immaginare il maestro Mario Lodi o Alberto Manzi docenti in questo millennio. Forse non avrebbero un cellulare, ma se lo avessero come lo utilizzerebbero? Avremmo forse dei dubbi sulle chat che potrebbero inviare a dei loro allievi? O forse utilizzerebbero i social per “essere” maestri anche in questi luoghi sconfinati dove i ragazzi sono sempre più lasciati soli, abbandonati?

Don Lorenzo Milani chiaramente non aveva un cellulare ma usava un mezzo che ai tempi forse pochi altri maestri avrebbero utilizzato per parlare con alcuni alunni: la lettera. Il priore scriveva ai suoi ragazzi. Ci sono lettere a Francuccio Gesualdi del 1965-66 quando il giovane allievo (nato nel 1949) aveva 15-16 anni. Poteva essere considerato “improprio” usare le missive per comunicare con un minorenne negli anni Sessanta. Non solo. Ho visto ragazzi usare Whatsapp per “ritrovare” i compiti non scritti sul diario. Salvatore, un ragazzo di una delle tante periferie di Palermo, proprio nei giorni scorsi mi ha detto: “Mi dai la password della Rete dell’associazione (ndr quella dove fa doposcuola) così chiedo al professore i compiti?”.

Casi come quello di Roma sono sempre avvenuti anche quando non c’erano i social. Anni fa nel carcere di Lodi dov’ero volontario incontrai un preside che aveva messo le mani su una tredicenne e qualche anno dopo un insegnante. Il problema è un altro. Chi insegna deve essere consapevole del ruolo che ha ovvero quello di essere un educatore. Non è solo uno che trasmette competenze, nozioni ma è un uomo e una donna che lascia una traccia, appunto in-segna. Oggi non sempre chi sta in classe ha questa consapevolezza. Il maestro o il professore devono sentirsi dei professionisti alla pari di un medico o di un avvocato. Usare Facebook o Whatsapp per comunicare con i propri alunni non può essere un reato ma dev’essere fatto con professionalità, con la consapevolezza che sei un educatore anche in quel momento.

Lodoli sinceramente mi sembra fuori dalla storia. Non è questione di essere più simpatici o più moderni ma di essere in quei luoghi che nessuno presidia. Se anche la scuola li continuerà ad abbandonare diventeranno “preda” di altri. Spesso i ragazzi si fidano di noi, sta a noi non tradire la loro fiducia. Un gruppo di miei ex allievi della primaria nelle scorse settimane ha usato Whatsapp per lanciarmi un appello: “Maestro alle medie abbiamo un problema di bullismo. Ci aiuti? Non sappiamo con chi parlare”. Così Angela mi ha scritto per dirmi della sua frustrazione di fronte ai voti negativi e poi qualche giorno fa un altro sms: “Sono migliorata in storia e geografia”. Cercava solo incoraggiamento, fiducia e lo ha fatto usando uno strumento che le permette di parlare con il suo ex maestro ovunque si trovi.

Così come non ho trovato nulla di “grigio” a ricevere più di un anno fa una foto di Gianluca mentre porta una rosa sulla tomba di don Tonino Bello. Avevo parlato loro in classe del Vescovo pugliese e quando è andato in vacanza ha voluto rendere omaggio a quell’uomo che aveva conosciuto. D’altro canto anche la stessa ministra dell’Istruzione nel prossimo contratto vuole inserire una clausola per cui saranno ammessi solo messaggi funzionali alle informazioni di servizio e le interazioni necessarie alla funzione di educazione, istruzioni e orientamento”. Un richiamo alla professionalità. Casi come quello del “Massimo” purtroppo accadranno ancora ma non li eviteremo colpevolizzando i social che volenti o no sono entrati a far parte della storia del linguaggio di quest’epoca.