Steven Spielberg non sbaglia un colpo. Va bene, con The Post si vince facile. Correre a girare un film sulla libertà di stampa mentre alla presidenza degli Stati Uniti c’è il satrapo Trump non è proprio una metafora complessa. Prendere poi con urgenza Tom Hanks e Meryl Streep, modello totem liberal, in una delle loro più convinte interpretazioni, piazzandoli davanti alla macchina da presa letteralmente in ogni sequenza del film, sembra quasi un ottimo motivo per farsi una trentunesima regia con un occhio sull’obiettivo e un altro occhio sul prossimo Ready Player One. Eppure la vicenda storica dei Pentagon Papers, quei faldoni di bugie sulla guerra in Vietnam, nascosti da un quindicennio di presidenze democratiche e repubblicane per non far sapere al mondo che quella mattanza non l’avrebbero mai vinta, documenti riesumati nel 1971 all’improvviso prima dal New York Times poi dal Washington Post con un editore donna che decise di pubblicarli nonostante la possibile vendetta della presidenza Nixon, sembra proprio un film perfetto. Mai una sbavatura formale, mai un attimo di stasi, mai un secondo in cui la macchina da presa tentenna nel centrare l’elemento cruciale del discorso funzionale in quell’istante della storia.

Certo la vicenda in sé non pretendeva una messa in scena spettacolare, una ricostruzione deliziosamente retrò come Il ponte delle spie o prepotentemente storicheggiante come Lincoln. Perché in The Post non c’è bisogno di troppa “aria” sopra le testa, e sotto i piedi, dei protagonisti per infinite giaculatorie in esterni. La compattezza e la forza del messaggio politico della libertà di stampa che vince, oltre ogni ragionevole dubbio e paura del singolo, necessitava di una sobria compressione in interni vintage zeppi di personaggi secondari, redazioni di giornali brulicanti come alveari, telefonate comunitarie tra sette persone quando ancora non c’era il vivavoce, pareti trasparenti, porte aperte, scorciatoie di spazio che la macchina da presa di Spielberg percorre rapida e disinvolta abbattendo muri e ostacoli che nemmeno un dogmatico cresciuto alla scuola di Von Trier.

Hanks è Ben Bradlee, il direttore del Washington Post dell’epoca. Omone determinato e un po’ spaccone, amico dei Kennedy che furono, e che insegue fonti e notizie con un spiritosa baldanza modello Prima Pagina. La Streep è Kay Graham, boss di Bradlee, ricchissima signora alto borghese, trovatasi improvvisamente editore donna in un mondo professionale composto solo da uomini. La Graham è però anche molto amica di quel Robert McNamara, Segretario di Stato per sette anni sotto la presidenza di JFK e di Lyndon Johnson, principale responsabile di uno studio sulla fattibilità del proseguimento del conflitto in Vietnam che poi diventerà in tutta la sua gravosa entità il malloppo dei Pentagon Papers. E proprio mentre la Graham lancia la quotazione in borsa del Washington Post, il New York Times pubblica la notizia del secolo, grazie al contenuto delle fotocopie di migliaia e migliaia di pagine del documento top secret avute dalla “spia” Dan Ellsberg. I governi americani da Truman fino a Nixon hanno mentito al popolo, sanno che il Vietnam è un pantano di morte e i marines rimangono lì solo a farsi ammazzare. Bradlee non la manda giù facilmente, anche perché sa dell’amicizia della Graham con McNamara. Tempo che la donna rifiuti di contattare l’ex Segretario di Stato per avere copia di quei documenti, che uno dei “segugi” del Post è già sulle tracce di Ellsberg e dei Pentagon Papers, e che una Corte d’Appello intima proprio al NYT di fermare le pubblicazioni per non ledere la sicurezza nazionale. A quel punto, con tutti i documenti top secret in mano spetta alla Graham dire l’ultima parola sulla pubblicazione dei Papers sul Washington Post.

Al netto dell’impegno politico profuso nel film c’è comunque un aspetto che nella sua lunga carriera di cineasta Spielberg propone con estrema disinvoltura nella messa in scena: filma robot e alieni con la stessa passione e amore con cui in The Post inquadra le vecchie cianfrusaglie di inchiostro e linotype, rotative e macchine da scrivere di un’oramai lontano 1971; oppure trasmette un piacere quasi fisico nel soffermarsi davanti allo scrocchiare e allo srotolarsi della carta di quegli immensi quotidiani/lenzuolo che invadevano tavole e case di ogni classe sociale prima dell’avvento degli attuali pc e smartphone. Infine, ancora, Spielberg dopo aver scongelato e disseminato ad ogni angolo di film, pezzetto dopo pezzetto, l’anelito etico della libertà di stampa come garanzia suprema della democrazia, mostra estrema naturalezza di “genere” facendo scivolare principalmente l’attenzione sulla figura della Graham e sull’evidente isolamento a livello sociale delle donne separate dagli uomini in diversi contesti lavorativi. Chiaro, la Streep questo personaggio sembra sentirlo nelle vene come la Miranda de Il Diavolo veste Prada. Ma in quella sequenza in cui la protagonista deve scegliere al telefono se pubblicare o meno il prosieguo della vicenda dei Pentagon Papers, l’attesa con cui fa pendere dalle sue labbra tutti gli uomini a lei sottoposti ripaga di milioni di anni di ottenebrato maschilismo. Un’unica domanda però per chi ha visto correre sotto i ponti centinaia di titoli liberal, persino sulla libertà di stampa (anche solo l’ultimo vincitore di Oscar, Spotlight): ma di fronte a così tanto idealismo nel mondo dell’informazione come reagiranno gli inconsapevoli millennials figli solo ed esclusivamente del web (e della tante fake news)? Andranno a vedere The Post o sarà solo un film per bravi e onesti matusa che assieme al cappuccino e alla brioche mostravano immancabilmente la copia di un quotidiano sottobraccio?