A leggere le telefonate rese note qualche giorno fa e intercorse tra vigilanza, polfer, passanti e gli operatori del 118 di Napoli coinvolti (otto chiamate), si prova disgusto per la mancanza d’umanità che trapela dalle asettiche parole dette al telefono dagli addetti al centralino.

Inqualificabili, insopportabili disquisizioni mentre un uomo, Marco D’Aniello di 43 anni, sta morendo al marciapiede della stazione centrale di Napoli, il 3 agosto del 2017. Una semplice e urgente richiesta d’aiuto trasformata in una tragica farsa, principi e valori irrinunciabili preda di un cinismo letale. Il fatto di cronaca, di per sé aberrante, ha una portata culturale enorme e apre a  ulteriori questioni, innesca altre riflessioni. Una di queste è l’assenza totale di connivenza affettiva degli operatori, uno stile tecnico/professionale freddo e distaccato, somigliante al pensare e l’agire umano riprodotto dell’intelligenza artificiale delle macchine che rimpiazza il pensare e l’agire dell’intelligenza umana, affettiva, situazionale ed etica.

A leggere attentamente la trascrizione delle telefonate risulta terribilmente assente proprio l’umano e la pathia, quella partecipazione emotiva che gli è connaturata ma troppe volte svilita nell’arrogante ostentazione (o abuso) di potere, nella squallida pratica italica di trasformare un servizio dovuto in favore generosamente concesso.

Quel “sì” in uniforme, ripetuto in modo inferenziale e automatico dall’operatore alla guardia giurata che per l’ennesima volta chiede soccorso è surreale. E’ cifra di un funerale della sacralità della vita, e più in generale un simbolico tributo all’attuale tendenza dell’assistenza sociale nelle sue svariate declinazioni, magari efficiente nella forma on line (in questo caso nemmeno questo) ma sbrindellato, incarognito e alienato nella sostanza.

Per restare in tema, e senza generalizzare, ho l’impressione che i pronto soccorso cittadini assomiglino sempre più a fortini presidiati e gli operatori adottino un registro relazionale più simile a quello degli addetti alla idolatrata sicurezza, parola divenuta talvolta alibi per piccole grandi sopraffazioni. I saperi particolari, gli ambiti, i protocolli, le procedure, le competenze parcellizzate tributano il loro servigio all’intelletto illuminato nella visione pragmatica, presuntuosa e arrogante del pensiero calcolante che capisce senza tuttavia comprendere.

Nell’ipertecnologico contemporaneo e nei servizi necessari alla quotidiana esistenza gli interlocutori umani tendono a rarefarsi se non a sparire. E gli umani rimasti e reificati spesso riproducono modalità professionali e stili relazionali asettici, più simili alle macchine destinate a sempre di più a sostituirli che alla loro stessa natura.

E’ smarrito l’approccio olistico, la necessità di coesistenza di dimensione affettiva e cognitiva sta naufragando nello specialismo, nell’efficienza di facciata, nel linguaggio tecnico opaco e privo di sostanza e tutto converge nella quadratura del bilancio.

Da quella terribile notizia traspare anche una totale mancanza d’immaginazione: pare di assistere ad apparati psichici in un agire disincarnato dall’esperienza reale, a comportamenti asettici e disidratati di quell’imperfezione e capacità di indignarsi che qualifica l’essere umano e lo rende empatico e solidale nel pericolo, al di là delle forme e dei ruoli.

Immersi nel virtuale che muta la percezione del mondo concreto, ci approssimiamo ad una mediocrazia al minimo sindacale di civiltà, magari istruita e con un pacco di corsi d’aggiornamento e coccarde professionali. La notizia che alla stazione centrale di Napoli un uomo muore dopo 50 minuti dalla prima richiesta di soccorso è allora più di un fatto di cronaca e la trascrizione di quei dialoghi kafkiani andrebbe studiata nelle scuole. Giusto per interrogarsi su un esemplare d’uomo che dal piano inclinato del post-moderno, efficiente, informato ed economico, sta scivolando indifferente e performante nel post-umano.