Gli auguri di Natale, la strada da seguire, il messaggio neanche tanto subliminale per chi ha orecchie per intendere. Papa Francesco ha ricevuto in udienza la Curia romana in occasione del tradizionale incontro prima del 25 dicembre e, come suo costume, non le ha mandate a dire. Per il Pontefice, una Curia “chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione“. Non solo. Bergoglio ha auspicato che “questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico”. Parlando della sua azione di riforma, Bergoglio cita “l’espressione simpatica e significativa di Monsignor Frédéric-François-Xavier De Mérode: ‘Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti'”.

Non sono mancati, nel discorso del Papa, i messaggi alla Curia di Roma e al mondo ecclesiastico. Parole dure quelle del Pontefice: “Superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano”. “Quando questo avviene – ha osservato – si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione”. Bergoglio ha spiegato alla Curia romana il valore della fedeltà: “La parola ‘fedeltà’ per quanti operano presso la Santa Sede assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola ‘fedeltà'”. Chi lavora al servizio della Chiesa, ha detto il Papa, deve avere delle ‘antenne sensibili: emittenti e riceventi’: “Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di ‘principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione’. Con tale ricettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità“.

Papa Francesco, dopo il discorso alla Curia di tre anni fa nel quale elencò le malattie da cui guarire, mette in guardia i suoi collaboratori dai pericoli presenti non solo dentro l’apparato di governo della Chiesa di Roma ma anche verso l’esterno. “Cari fratelli e sorelle, avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno. Le mie riflessioni – spiega – si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso”.

BERGOGLIO AI DIPENDENTI DEL VATICANO: “PERDONO E SCUSA, NON SEMPRE DIAMO BUON ESEMPIO”
Il Pontefice poi ha parlato a braccio ai dipendenti del Vaticano, a cui ha chiesto “perdono e scusa, perché non sempre diamo il buon esempio e parlo della fauna clericale“. “So che tra voi ci sono separati, lo so e soffro con voi, ma la vita è fatta così. Mai litigare davanti ai bambini, perché loro soffrono ed è un consiglio che vi do, perché loro non capiscono e soffrono” ha detto il Pontefice, che poi ha parlato del lavoro nero in Vaticano, raccontando un aneddoto. “L’altro giorno ho avuto una riunione col cardinale Marx, presidente del Consiglio per l’Economia, con monsignor Ferm, il segretario, e ho detto: non voglio lavoro in nero in Vaticano”. “Vi chiedo scusa – ha aggiunto Bergoglio – questo ancora c’è il famoso articolo undicesimo valido per una prova, ma per uno o due anni, non di più. Così come ho detto che non si deve lasciare a nessuno senza lavoro, congedarlo, a meno che ci sia un altro lavoro fuori un’altra convenienza o un accordo conveniente per la persona. Così dico dobbiamo lavorare qui dentro perché non ci siano lavori e lavoratori precari. È un problema i coscienza per me – ha aggiunto – non possiamo predicare la dottrina sociale della Chiesa e poi fare cose che non Si capisce che un tempo si deve provare una persona, per un anno due anni si, in nero niente, questa è la mia intenzione: voi aiutate, anche i superiori, quelli che dipendono dal governatorato, a risolvere questi problemi della Santa Sede, lavori precari che ancora ci sono”.