La galassia ha bisogno di leggende”, ma da Star Wars –Gli ultimi Jedi non sembrano nascerne di nuove. Si esce così dall’ottavo capitolo della saga ideata da George Lucas nel lontano 1977 con l’esclusiva certezza che siamo finiti in un anonimo delirio seriale. Il franchise che cerca la rinascita ma trova il groviglio narrativo, la retorica dei simboli e della tradizione, l’impaccio formale. Se il sequel atteso da 32 anni – Il risveglio della forza nel 2015 – aveva il dono taumaturgico dell’amarcord, della rimpatriata dei vecchi visi e delle antiche leggende, del far accudire i virgulti rampolli di genere dalle glorie stagionate e fascinose, al nuovo titolo diretto da Rian Johnson (Looper, Breaking Bad) spettava letteralmente l’impossibile: tirare una riga sul passato e disegnare ex novo le traiettorie da percorrere nel futuro.

I padri si fanno fuori. E c’era da aspettarselo. Che sia lo script (e non scriviamo chi muore nel film, pena lo spoiler) o le disgrazie del quotidiano (la povera Carrie Fisher deceduta circa un anno fa, che comunque qui appare immobile ma parecchio), la signora con la falce non ha pietà. “Uccidere il passato è il solo modo per diventare ciò che devi”, intima Kylo Ren (Adam Driver) a Rey (Daisy Riley) in un momento chiave per i loro destini, e per i destini di storia e spettatori, ne Gli ultimi Jedi. Ma la fatica di passare da una generazione all’altra è davvero roba da aficionados. Inutile riannodare i fili rimasti penzolanti nell’episodio VII, quindi nel seguire l’ennesima fuga dei ribelli sotto i colpi mortiferi del Primo Ordine. Se con J.J.Abrams e Lawrence Kasdan (depositario autentico della ricetta Lucasfilm Ltd.) Rey, Poe e Finn possedevano comunque quella naiveté speciale che scavava nel vissuto fantastico retrò da telefilm lucasiano, qui con Johnson le nuove leve sembrano cadute da Marte. Musini ingrugniti e sudati, tutti forza fisica e volontà di ferro, le faccette impersonali di Driver-Riley-Boyega improvvisamente sembrano svuotati proprio di quella “forza” tanto invocata nel film, come nell’intera saga. Inutile gettare fumo negli occhi spiegando che qui i nuovi personaggi capiranno le loro origini e ciò che dovranno essere e fare. A seguire le due ore e trentadue di Star Wars – Gli ultimi Jedi di fronte alla piatta involuzione dei personaggi si perde la voglia di appassionarsi, di tenere a mente dettagli anagrafici e storici, di sperare nell’immortalità di beniamini e nell’uccisione dei villain.  Perché andrebbe spiegato a Johnson, e a chi ha creduto produttivamente in un tale e convinto salto nel vuoto, che il turbinio di mille esplosioni non è epica, che le scene madri (infinite) in cui le spiegazioni intimiste si accavallano fino allo sfinimento non sono un tratto distintivo da film d’avventura. Come se non bastasse Star Wars – Gli ultimi Jedi incespica proprio nel tono umoristico, di alleggerimento comico da tenere. Qualcosa che somiglia più ad un sobbalzo demenziale (Luke Skywalker che getta la vecchia spada laser, ad esempio) che a una vera e propria struttura ragionata e vagamente picaresca come da tradizione.

Star Wars – Gli ultimi Jedi inizia con una poderosa spinta in avanti, con il solito inseguimento/quasi annientamento delle truppe ribelli da parte delle ammiraglie coordinate spiritualmente dal temibile Snoke. Trenta, quaranta minuti presi di petto, spari e scoppi a mille, che più di fornire un nuovo percorso anche di senso dell’agire venturo degli eroi della saga ne ripetono, guarda un po’, lo stampino classicheggiante dello scontro. Poi il tessuto narrativo si sdrucisce immediatamente e si sfalda di netto in almeno tre scenari che praticamente rimangono separati per almeno due ore, giusto con qualche variante e piccola aggiunta attoriale: Rey chez Luke Skywalker (con Kylo Ren ad intermittenza); Finn (Boyega) e la new entry Rose Tico alla ricerca di un “apricodici” che permetta alle navicelle dei ribelli di non essere intercettate dai radar del Primo Ordine, qui con una deviazione per far entrare in Star Wars l’infingardo e balbuziente ladruncolo DJ (Benicio Del Toro); infine l’eterno chiacchiericcio da plancia, che oramai somiglia ad un qualsiasi devastante episodio di Star Trek, con la marmorea Leila e un’altra nuova presenza, il vice ammiraglio Amilyn Holdo (Laura Dern), che saprà farsi valere di fronte alla morte certa. I tre bordoni narrativi si ricongiungono in un corposo finale che fornisce l’unica vera invenzione figurativa del film: quel campo di battaglia di sale con strisce rosse che ravviva la non felicissima elaborazione di set, sfondi e direzione della fotografia. Sempre rimanendo nelle invenzioni peculiari di questo capitolo, ecco sbucare dei mostriciattoli che sì, d’accordo, richiamano i prequel lucasiani, ma che nella creazione, tra gli altri, di questi esserini un po’ “moncicì”, un po’ bestiole di Jurassic Park, e anche d’infantilismo puro targato Disney, quasi si fondono con l’animalesca presenza di Chewbecca e il mutismo geniale di BB-8. L’impressione di fondo, però, è che questa improvvisa accelerazione produttiva della saga (tre film in sei anni, il prossimo è nel 2019) stia portando il senso di un’intuizione creativa, che ricordiamolo è storia del cinema, nel paludoso terreno della routine di una qualsiasi serie tv che lentamente va a spegnersi attorno alla ottava, nona stagione.

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