LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE di Woody Allen, con Kate Winslet, Justin Timberlake, Jim Belushi, Juno Temple – USA 2017 Durata: 101’ Voto: 3/5 (AMP)

Coney Island, anni ’50. Un coloratissimo totale sulla spiaggia atlantica, affollata e rumorosa, invade lo sguardo. La luce di Vittorio Storaro non tradisce le aspettative, anzi le supera. Woody Allen gli ha affidato di illuminare il suo 51° lungometraggio, uno dei più cupi, paradossalmente. Nulla a che vedere con la commedia “alleniana” ha infatti questa sua Ruota delle meraviglie, viaggio circolare dentro la vita di una 40enne tormentata che ha scelto di autopunirsi con troppe scelte sbagliate. Ginny – una Kate Winslet perfetta in ogni ruga e splendore carnale – vive dentro l’iconico parco dei divertimenti con il secondo marito e il figlioletto avuto dal primo: cameriera dal cuore di ex aspirante attrice, è insoddisfatta da ogni punto di vista e bastano i complimenti di un giovane bagnino-letterato a incantarla. Ma la gioia cromatica che ruota attorno alla Wonder Wheel è appunto solo effimera se non del tutto immaginaria, fra i suoi ingranaggi infatti c’è posto solo per la tragedia. Woody si cimenta con il melò a tutto tondo, ma senza le nervature della sua proverbiale e geniale ironia resta come Ginny bloccato nei meccanismi di un dispositivo narrativo che gli appartiene solo a metà. Eppure la vena è ancora pulsante: solo l’anno scorso ci aveva fatto ridere e piangere con Café Society, per non parlare dell’altro melò al femminile – Blue Jasmine (2013) – che tuttavia aveva il pregio (appunto) di forti sbalzi umoristici. Sulle tracce di Sirk e di Tennesee Williams, ma ovviamente della tragedia classica ab origine, l’eterno artista newyorkese smarrisce momentaneamente il pedigree e delega il valore di questa sua non totalmente wonder Wheel alle firme della Winslet e di Storaro, qui tornato il gigantesco Caravaggio del cinema.

BELLE DORMANT – BELLA ADDORMENTATA di Adolfo (Ado) Arrieta. Con Niels Schneider, Agathe Bonitzer, Mathieu Amalric. Francia/Spagna 2016. Durata ’82. Voto 3/5 (DT)

Nel cuore dell’immaginario regno di Letonia è esistito il piccolo reame indipendente di Kentz. Lì la tanto agognata progenie femminile dei principi è caduta vittima di un incantesimo di una fata maligna: al compimento del 15esimo anno di età la bimba verrà punta dal fuso di un arcolaio e morirà. Ma un’altra fata ne attenua le conseguenze: invece della morte la principessa cadrà, come tutto il regno di Kentz, in un sonno profondo per un secolo fino a quando il figlio di un re la risveglierà con un bacio. Cento anni dopo il giovane e bell’erede al trono di Letonia, sempre intento a suonare la batteria e poco attento agli affari del reame, si farà traghettare sia dal prode servo/pilota d’elicottero, sia della fata buona trasformata in restauratrice di castelli, verso il suo destino fiabesco. Messa in scena spuria ed essenziale dove si incontrano poetica purista di indipendenza creativa e budget esiguo. Cinema filosoficamente anni settanta, rallentato e ipnotico, dove realismo magico e fiaba si mescolano nella sospensione simbolica di giungle fitte di vegetazione, come di doppi specchi/vetri offuscati, oltre e dentro i quali si attraversano e osservano il tempo e la storia. Tredicesimo film di Arrieta, figura pittoresca e misteriosa del cinema spagnolo, in cinquant’anni di carriera totalmente fuori dai circuiti commerciali. A noi queste anticaglie delle meraviglie piacciono. Distribuito solo in due sale, ma prima o poi finirà su Fuori Orario di Rai 3.

STAR WARS – GLI ULTIMI JEDI di Rian Johnson. Con Daisy Ridley, Carrie Fisher, Mark Hamill. Usa 2017. Durata: 152’ Voto: 2,5/5 (DT)

In una galassia lontana lontana… l’episodio VIII prosegue dall’attimo in cui era finito il VII. Le truppe ribelli fuggono dall’assalto delle ammiraglie del Primo Ordine coordinate spiritualmente dal temibile Snoke. Mentre Rey è sull’isola in cui si è rintanato Luke Skywalker per carpirne i suoi segreti, incontrare suo malgrado, e ad intermittenza, Kylo Ren, e andare a fondo sulle proprie origini familiari. Intanto Finn e la new entry Rose Tico vanno alla rocambolesca ricerca di un “apricodici” che permetta alle navicelle dei ribelli di non essere intercettate dai radar nemici. Infine procede stanco, come un qualunque episodio di Star Trek, l’eterno chiacchiericcio da plancia tra la marmorea Leila, il pilota Poe e il vice ammiraglio Amilyn Holdo. I tre bordoni narrativi si ricongiungeranno in un corposo finale – l’unico set con una vera invenzione figurativa degna di nota – dove si ricompatterà la difesa dei ribelli e un altro storico personaggio della saga morirà. Leggenda ed epica sfumano in cavalleria e la saga si trasforma sempre più in un anonimo, piatto, reiterato borbottio da serie tv. Il franchise che cerca la rinascita con regia e script di Johnson trova invece il groviglio narrativo, la retorica dei simboli e della tradizione, e l’impaccio formale. I nuovi personaggi che J.J. Abrams aveva rivitalizzato con un pizzico di spassoso e devoto amarcord qui risultano piatti e monocordi bambolotti tutti grinta e testa dura. Humor demenziale totalmente fuori luogo. Fisher immobile per tutto il film. Graziosi i moncicì animati, ed altri animaletti simil Jurassic, che fanno tanto coccoline Disney vecchia maniera. Lecito chiedersi dove si sia andato ad infilare un pezzo di storia del cinema.

NATALE DA CHEF di Neri Parenti. Con Massimo Boldi, Biagio Izzo, Dario Bandiera. Italia 2017. Durata: 97’ Voto: 1,5/5 (DT)

Un cuoco pasticcione e incapace, un aiuto cuoco che mangia con piacere sbobba per i maiali, un sommelier che vomita anche solo ad annusare il vino, e una finta pasticciera che invece lavora come spogliarellista, vengono convocati come team culinario del prossimo G7, assunti da un’impresa di catering indebitata costretta quindi a far vincere l’appalto per il prestigioso evento alla ditta concorrente in cambio di un cospicuo risarcimento. Nell’hotel in cui si svolgerà la gara accadrà di tutto e di più: dal siculo che abborda un’anziana vedova credendola un giudice, al cuoco e il suo assistente alle prese con una maialina e alla ricerca di ingredienti per i piatti a ‘centimetro zero’, fino alle gag di tutti col carabiniere che deve verificare la regolarità della gara. Vaga aria da pochade, con struttura classica da linguaggio comico da avanspettacolo (su tutti i doppi sensi sessuali), e una dose di volgarità scatologica che sfiora la purezza infantile quando l’assistente di Boldi mangia le cacchine di pecora credendole olive. Niente da fare però. La rumba è sempre la stessa. Non ci si vuole elevare nemmeno nell’abisso della follia e del surreale, rimanendo tra la satira di costume e le cazzate un tanto al chilo. Peccato perché le comprimarie (Francesca Chillemi e Rocio Munoz Morales) svettano per statuaria bellezza a mostrare con pudore le proprie grazie in mezzo a puzze e pupù. Fotografia da scuola elementare che nemmeno in un video casalingo col telefonino. Mezzo punto in più per la recitazione della piccola maialina Mia e per un’apprezzabile e minima professionalità attoriale dei comprimari. Il “natale” del titolo, come al solito, non c’entra un tubo con la trama del film.

SUPER VACANZE DI NATALE di Paolo Ruffini, con Christian De Sica, Massimo Boldi etc, etc.. Italia 2017 Durata: 86’ Voto: 0/5 (AMP)

Tette, culi e una valanga di figa. Infinita. 35 Natali (dal 1983 al 2016) trascorsi così, nella peggior Italia che mai si vergogna di se stessa (400milioni di euro incassati in totale) e anzi, se ne compiace. Dice patron Aurelio De Laurentiis che suo figlio Luigi, ormai delegato al franchise (“il più longevo del mondo, il più odiato dai critici, il più amato dal pubblico” si legge nei titoli di coda) “ha avuto l’idea giacché dopo 35 anni potevamo prenderci una bella pausa”. E allora ecco arrivare la super compilation by Paolo Ruffini, abbastanza cafonal da comprendere il senso ultimo dei km di pellicola “cinepanettonica” e sufficientemente esterno da saperne selezionare con criteri “oggettivi”. Criteri che parlano da soli, anzi ululano di orgasmo collettivo con dichiarati intenti: “le sequenze più memorabili, gli sketch più divertenti, le gag più esilaranti”. Ma è proprio così?. La retorica domanda si risponde in negativo. Quegli 86 minuti di “selezione” non sono neppure così tanto ben assemblati, a dirla tutta. Il vero criterio è il pastrocchio anche se vi sono agglomerati tematici ricorrenti quali la sopraddetta figa (talvolta indicata anche come fregna), la merda, la sberla, i froci, il tradimento, il coattismo diviso fra borghesi, arricchiti e borgatari. Ça va sans dire, la prevalenza delle presenze rievoca il passato remoto del “genre”, quello certamente più libertino e volgare siglato alla regia da Carlo Vanzina (il mitico “Vacanze di Natale” ab origine) passando per Enrico Oldoini, tornato a Vanzina e poi perennemente firmato da Neri Parenti fino all’arrivo di Volfango De Biasi nel 2014. La coppia di culto Boldi-De Sica occupa un buon 70% delle sequenze montate che fa da alto contrasto con quelle provenienti dagli ultimi cinepanettoni, quelli con Lillo & Greg, per intenderci, la cui comicità è all’antitesi della volgarità. Il paradosso – e qui Ruffini è veramente da stracult – sono le didascalie da intellettuale interposte a titolo di ogni “paragrafo tematico”: da Dostoevsky a Freud, da Einstein a Renard. C’era un tale vuoto creativo da permettere che tutto questo tornasse alla luce .. “a pagamento di regolare biglietto”?!

POVERI MA RICCHISSIMI (di Fausto Brizzi?). Con Christian De Sica, Anna Mazzamauro, Lucia Ocone. Italia 2017. Durata: 90′ Voto: 0/5 (DT)

La famiglia Tucci non ha perso gli 80 milioni di euro vinti alla lotteria, anzi grazie al figlioletto e al maggiordomo li ha investiti e ora ne possiede ben 120. Così padre, madre, cognato, cognata, figlia e nonna stavolta fanno sul serio e indicono addirittura un referendum per far uscire il loro paesello di Torresecca dall’Italia e godersi la vincita in pace. Il capofamiglia (De Sica) diventerà così il presidente del nuovo ‘principato’ con il ciuffo alla Trump e tutti gli altri a seguire, abolendo tasse, bloccando le frontiere/mura del castello dove vanno ad abitare, e facendo picchiare in libertà gli ausiliari del traffico. Grado zero della commedia italiana contemporanea. Tentativo miserrimo, attraverso una generica e pecoreccia caciara in dialetto laziale, di sfottere i mali soprattutto politici del Belpaese cadendo in un viscido calderone da moralisti da bar. La trama sarà sì di una commedia nazionalpopolare ma non sta in piedi dal terzo minuto in avanti nemmeno con lo sputo. I riferimenti ‘cinefili’ (la Ocone vestita modello Maleficent, la sala del bondage come in 50 sfumature) fanno venire da piangere per come sono buttati lì senza un’elaborazione di scrittura o regia che una. Per non parlare dello strazio degli attori: a De Sica si concede sempre il primo ciak nemmeno fosse Marlon Brando (e molte volte si impapocchia non facendo capire ciò che dice), la Mazzamauro attraversa il film esangue come Nosferatu, mentre la pena per il grandissimo Paolo Rossi è pari solo al piacere di rivedere per pochissimi istanti il grugnetto pulito di Lodovica Comello. Al di là delle contingenti accuse di molestie sessuale al regista (magicamente scomparso dai titoli di testa) l’appello sincero alla saga dei Tucci rimane lo stesso: fermate questo scempio.

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